L’allarme del Washington Post: i dati delle app per il ciclo usati per “spiare” le lavoratrici

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Ora le donne non possono stare tranquille nemmeno quando monitorano il loro ciclo mestruale con una delle tante app disponibili sugli smartphone

Ora le donne non possono stare tranquille nemmeno quando monitorano il loro ciclo mestruale con una delle tante app disponibili sugli smartphone.

Le app per il ciclo mestruale ci spiano?

Le app per il ciclo ci spiano? Secondo quanto diramato dall’inchiesta del Washington Post sembrerebbe proprio di sì. Le applicazioni su cui tante donne inseriscono informazioni così private, sono l’ultima frontiera del furto di dati personali.

L’obiettivo

Secondo quanto emerge dall’inchiesta, alcune aziende, in tutto il mondo, sono disposte ad acquistare i dati che le loro dipendenti immettono in queste app per spiarle e monitorarle.

L’obiettivo? Scoprire se qualche dipendente sta provando ad avere un figlio, chi invece è in menopausa o ha una gravidanza a rischio e così via. E ridurre, all’occorrenza, i benefici della copertura sanitaria, o farne lievitare i costi.

Le applicazioni

Sotto la lente di ingrandimento del quotidiano statunitense sono finite tutte le applicazioni della casa americana Ovia Health, che da anni si è inserita con successo nel trend di grande crescita delle app tutte al femminile, diventando un punto di riferimento per moltissimi utenti (nel 2018 erano oltre 11 milioni).

Il fenomeno

Il fenomeno è stato definito dal Washington Post “sorveglianza mestruale”. Nonostante i dati forniti dalle app siano anonimi, secondo gli esperti non è molto difficile per i datori di lavoro o per le assicurazioni sanitarie risalire all’identità di ogni utente. Come? Tramite le informazioni confidenziali fornite dalle lavoratrici stesse all’interno dell’ambiente di lavoro.

Ma non è tutto: secondo alcune testimonianze, alcune aziende americane spingono le loro dipendenti a utilizzare proprio le app Ovia, inserendoli all’interno delle convenzioni del welfare aziendale o fornendo addirittura dei buoni per abbonarsi.

Se l’inchiesta del Washington Post trovasse conferme anche dal punto di vista giuridico, si tratterebbe di un furto di dati personali di grandissime dimensioni. Soprattutto perché riguarda un settore in continua espansione: basti pensare che dal 2015 a oggi, secondo i dati di Pitchbook nel “Femtech” le aziende di tutto il mondo hanno investito circa un miliardo di dollari.

 

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