Artemisia Gentileschi, chi è la pittrice a cui è dedicato il doodle di Google di oggi

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In occasione del 427esimo anniversario della nascita, Google omaggia Artemisia Gentileschi, la pittrice che non si arrese agli abusi, con il doodle di oggi

In occasione del 427esimo anniversario della nascita, Google omaggia Artemisia Gentileschi, la pittrice che non si arrese agli abusi, con il doodle quotidiano. Si tratta di una vignetta ispirata allo splendido ritratto realizzato nel 1623 dal pittore francese Simon Vouet e che oggi è esposto nella Sala Lomi del Palazzo Blu di Pisa.

Artemisia Gentileschi, la pittrice che non si arrese agli abusi

Artemisia Gentileschi nacque a Roma l’8 luglio del 1593 e fu una pittrice molto coraggiosa, un’icona del femminismo, una donna che fu madre, moglie, grande guerriera e che si ribellò ad uno stupro subito, portando il responsabile il tribunale, non avendo mai vita facile.

Figlia di Orazio, pittore dell’epoca nonché amico del grande Caravaggio, Artemisia scelse di seguire le orme del padre. L’uomo, però, non la faceva mai uscire di casa e la ragazza era costretta a studiare da autodidatta. A 17 anni, Artemisia dipinse il suo primo quadro, “Susanna e i vecchioni”, dove sono ben evidenti le influenze di Caravaggio.


Susanna e i vecchioni

susanna e i vecchioni


 

L’abuso

Nonostante il talento, la vita della pittrice fu segnata da un tragico evento. Agostino Tassi, amico del padre e suo insegnante, abusò di lei, dopo i continui rifiuti della donna: aveva soltanto 18 anni. Orazio, il padre, denunciò l’accaduto alle autorità dopo un anno e il processo per stupro all’epoca le si ritorse contro, poiché arrecò disonore ad Artemisia, nonostante fosse lei la vittima.

Il processo

Il processo di Artemisia fu davvero surreale, fu anche torturata fisicamente dalla Sibilla: le mani strette a delle corde venivano tirate e rischiava di perdere le dita delle mani, il che avrebbe condannato anche la sua carriera. Ma Artemisia non voleva ritrattare la sua posizione: quell’uomo aveva abusato di lei e doveva pagarla. Purtroppo, la ragazza venne accusata di avere avuto rapporti incestuosi con il padre, di avere tantissimi amanti e una condotta non appropriata. Tassi fu condannato a 8 mesi di prigione.

Il matrimonio

Artemisia dopo il processo fu costretta a lasciare Roma e a sposare un artista fiorentino, Pierantonio Stiattesi, per mettere a tacere i pettegolezzi. Una volta a Firenze, dimostra appieno il proprio talento: è la prima donna ad essere ammessa all’accademia delle arti del disegno. Incontra Cosimo De Medici, stringe amicizia con Galileo Galilei.

In seguito, lascia anche il marito (per via dei tanti debiti contratti da quest’ultimo) e torna a Roma con le sue due figlie, purtroppo non è baciata dal successo così poco dopo si trasferisce a Napoli, dove finalmente riesce ad ottenere un equilibrio seguendo lo stile di Caravaggio. Ed è nella città partenopea che morì.

Le opere

Tra le sue opere più celebri si ricordano “Susanna e i Vecchioni” (dove si vede suo padre e l’aggressore, Tassi) e Giuditta ed Oloferne (opera di grande violenza – presente al Museo di Capodimonte di Napoli). Quello che caratterizzava i suoi quadri erano proprio le donne, non più spaventate o sottomesse, ma eroine potenti e indipendenti, una rivoluzione in quel periodo – la donna era vista sempre come un oggetto sottomesso – per quello che possiamo definire un principio di femminismo.


Giuditta ed Oloferne

Giuditta ed Oloferne


 

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