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“Parliamo di parolacce senza dire parolacce”, intervista a Mario Cottarelli

"Parliamo di parolacce senza dire parolacce"

“Parliamo di parolacce senza dire parolacce”, una battaglia contro il turpiloquio senza usare neanche una parolaccia. Parola di Mario Cottarelli

“Parliamo di parolacce senza dire parolacce”, intervista esclusiva a Mario Cottarelli, autore di questo delizioso e irrieverente pamphlet che bacchetta i fruitori del turpiloquio…senza usare turpiloquio.

Parliamo di parolacce, una chiacchierata con l’autore Mario Cottarelli

Il suo cognome lo avete già sentito da qualche parte? Si…è proprio QUEL Cottarelli. A parlare oggi è il fratello, Mario, autore di questo delizioso pamphlet, “Parliamo di parolacce senza dire parolacce”, che irride al turpiloquio senza usarlo neanche in una sola pagina.

Una delle gioie più grandi del saper padroneggiare magistralmente la propria lingua di appartenenza, è quella di esprimersi in modi sempre diversi, consapevoli di poter declinare un unico termine in tutte le sue varianti.
Ma chi non ha questa fortuna, purtroppo, deve inserire nel proprio linguaggio qualche “parolaccia” per farsi capire.
E allora, che fare contro chi fa del turpiloquio la propria ragione di vita?
Ce lo spiega Mario Cottarelli, l’autore di “Parliamo di parolacce senza dire parolacce” (Pasca Editore – Siena), un delizioso e irriverente pamphlet che si ribella al turpiloquio, senza mai sfociare nello sterile perbenismo.
Lo abbiamo intervistato in esclusiva.

Il turpiloquio è ormai entrato nel linguaggio comune di ognuno. La comicità, ad esempio, ne fa ampio uso. Come spiega il fatto che una battuta “condita” con una parola volgare possa suscitare ilarità, mentre la stessa battuta detta “semplicemente” possa lasciare una platea indifferente?

 

Mi rendo conto che in qualche caso la parolaccia possa anche far ridere, proprio per il suo essere “fuori luogo”. Tuttavia è anche facilmente deducibile che per un autore di testi comici ricorrere a termini scurrili è sintomo di mancanza di idee. Stanlio e Olio ci hanno sempre fatto ridere senza mai ricorrere al turpiloquio. Quel modo di divertire metteva tutti d’accordo e creava armonia tra le persone. Ma senza andare troppo lontano ci sono esempi anche recenti di comicità “pulita” e che fa veramente ridere: tra tutti cito il film “La pantera rosa 2” (2009). Questo genere di comicità è agli antipodi rispetto a cose tipo “I soliti idioti”, dove in un certo senso si ride per non piangere. E’ la risata dei disillusi, in gran parte gli stessi che si sballano in discoteca fino a vomitare. Insomma, non è una risata sana.

Se anche Lei, come suo fratello, potesse arrivare ai vertici della politica, o di un’istituzione, porterebbe la sua personale battaglia “ideologica” con sé?

 

Certamente. Le istituzioni potrebbero e dovrebbero fare qualcosa, ma in nome della libertà d’espressione si lascia che l’entropia del linguaggio aumenti indefinitamente. E’ sbagliato. Non è una questione di moralismo fine a se stesso: bisogna capire cosa c’è dietro al turpiloquio. Io sostengo che le parolacce, oltre a creare un’atmosfera aggressiva in cui quotidianamente viviamo, sono portatrici di una visione negativa di aspetti importanti della nostra vita, a partire dal sesso: se il sesso è una delle cose più belle – se non la più bella – che la natura ci ha donato, perché deve essere legato a termini che tutti conosciamo come parolacce e che hanno il carattere della parolaccia a causa del loro suono aggressivo? La risposta è semplice: perché questi vocaboli scurrili sono figli di una cattiva educazione, che ci fa percepire il sesso come qualcosa di sporco anche se piacevole. Se il mondo occidentale vuole ritrovare la giusta dimensione della sessualità, bisogna capire che le parolacce di tipo sessuale devono essere cancellate e dimenticate. Pensiamo al Kama Sutra: il pene e la vagina vengono chiamati “lo stelo di giada” e “la porta di Giada”, espressioni poetiche, oniriche, elogiative.

I ragazzini di oggi idolatrano cantanti che non utilizzano le parolacce solo quando pronunciano gli articoli determinativi. Cosa sente di dire a queste nuove generazioni?

Alle nuove generazioni vorrei dire, ad esempio, che l’uso che fanno delle parolacce non è una loro scelta: quando il bambino entra nel mondo dell’adolescenza si trova sostanzialmente obbligato ad adottare il turpiloquio. Oggi più che mai, perché comportarsi in modo diverso degli altri è come firmare una condanna a subire atti di bullismo. Ci sono capi-branco (non necessariamente bulli) che dettano le regole e tutti gli altri si devono adeguare: questo rende un po’ tutti simili e inevitabilmente fa perdere una parte della propria bellezza interiore.

C’è sessismo nel turpiloquio? Mi spiego. La parolaccia pronunciata da una donna, è “diversa” da quella detta da un uomo?

Il sessismo nel turpiloquio esiste eccome. Le parolacce sono state coniate dagli uomini e il modo di usarle è, almeno in parte, androcentrico. L’esempio più lampante sta nella sostituzione della parola DONNA con il termine scurrile indicante la vagina, pratica linguistica purtroppo molto diffusa, nella quale chiaramente la donna non è considerata come persona, ma come un oggetto sessuale. Ma l’offesa è doppia, perché il vocabolo usato è scurrile e quindi offensivo per la vagina stessa. Come mai le donne tollerino questa aberrante sostituzione linguistica? Vorrei che tornassero ad essere battagliere.

Pensa che l’italiano corretto col tempo potrebbe andare fuori moda e lasciare spazio a frasi scritte con le emoticon e le crasi come ad esempio “CMQ” al posto di “COMUNQUE”?

L’uso di abbreviazioni come quelle che si usano nei messaggi non mi preoccupa e in alcuni casi mi risulta anche divertente. Una volta ho sentito un tipo sui 35 anni dire: “Quell’attore mi sta simpa” (ovviamente per dire simpatico). Eppure si trattava di un giornalista, che quando vuole si sa esprimere molto bene. Del resto quando un’abbreviazione non comporta problemi di comprensione, potrebbe far parte di una naturale evoluzione del linguaggio.

Ci dia qualche “sinonimo” che possa aiutare i lettori a sostituire qualche parola volgare tra le più utilizzate

 

Per esempio si può dire “va a ffa’ ‘n bagno” al posto della frase che Marco Masini utilizzò come titolo di una sua canzone. Possiamo dire “questa cosa non vale nulla” anziché “non vale un c…”, anche perché esprimersi in questo modo significa attribuire al pene un infimo valore. Gli organi genitali dovrebbero invece essere rispettati e considerati come qualcosa di prezioso: a livello razionale ce ne rendiamo conto, ma evidentemente il nostro inconscio tende a disprezzarli. In generale consiglio innanzitutto di cominciare con l’eliminare le parolacce dette a freddo, del tutto inutili: potrebbe essere un buon primo passo per chi voglia smettere.

Ci parli dei suoi progetti futuri

Non ho progetti futuri in questo momento, la mia creatività l’ho sempre indirizzata verso la musica: ne ho composta molta e di generi assai diversi; dalla musica da ballo (a partire dalla dance anni 80) al progressive-rock, genere molto complesso ma di nicchia. Aver scritto un libro è per me un fatto del tutto eccezionale, dovuto alla necessità di dire qualcosa di importante e direi nuovo sull’argomento turpiloquio. L’importante per me è comunque fare sempre qualcosa di creativo: mi fa stare bene.

 

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