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L’11 aprile 2006 viene arrestato Bernardo Provenzano: sanguinario boss Bernardo Provenzano

Tutto quello che c'è da sapere su Bernardo Provenzano: uno dei più temuti boss di Cosa Nostra

Bernardo Provenzano è stato un mafioso italiano, membro di Cosa nostra e considerato il capo dell’organizzazione a partire dal 1995 fino al suo arresto, avvenuto l’11 aprile del 2006.

Provenzano veniva chiamato anche: Binnu u’ Tratturi “Bernardo il trattore, per la violenza con cui falciava le vite dei suoi nemici”, Zu Binnu “Zio Binnu” e Il ragioniere.

Bernardo Provenzano, la vita del boss di Cosa Nostra

Bernardo Provenzano nacque il 31 gennaio del 1933 a Corleone da una famiglia di agricoltori, terzo di sette figli, venne ben presto mandato a lavorare nei campi come bracciante agricolo insieme al padre Angelo, abbandonando presto la scuola, non finì, infatti nemmeno la seconda elementare.

Fu in questo periodo che cominciò una serie di attività illegali, specialmente abigeato e il furto di generi alimentari, e si legò al mafioso Luciano Liggio, che lo affiliò alla cosca mafiosa locale: negli anni Sessanta commette i suoi primi omicidi. Già da questo periodo la sua fama è quella di terribile killer sanguinario.

Arrestato l’11 aprile del 2006 in una masseria a Corleone, era ricercato da oltre quarant’anni, dal 10 settembre 1963.

In precedenza era già stato condannato in contumacia a tre ergastoli e aveva altri procedimenti penali in corso.

In questo periodo si è nel corso della prima guerra di mafia palermitana contro i Navarra. Giuseppe Ruffino, Calogero Bagarella, Giovanni e Bernardo Provenzano, sono 4 tra i sicari i più temuti: la mattina del 9 maggio tendono un agguato a tre esponenti del clan Navarra (Francesco Streva, Biagio Pomilla e Antonino Piraino), eliminandoli.



L’inizio della latitanza

Dopo aver ricevuto una denuncia per la strage, Bernardo Provenzano fa perdere le sue tracce. Per i 40 anni che seguiranno di Provenzano rimarranno solo alcune brevi registrazioni vocali (poi scomparse misteriosamente dal tribunale di Agrigento) e una foto segnaletica risalente al 18 settembre 1959 che raffigurava il volto sbarbato di un uomo elegante, con i capelli ordinati e lucidi di brillantina.

Il suo nome torna prepotentemente nelle cronache il 10 dicembre del 1969 quando 5 uomini con la divisa da finanzieri entrano in una palazzina per eliminare Michele Cavataio, detto “Il Cobra”. Provenzano è fra questi; uccide tutti sparando all’impazzata.

Approda ai vertici di Cosa nostra all’inizio degli anni Ottanta. Non è d’accordo con Riina per gli omicidi di Falcone e Borsellino, ma lascia fare.

Dopo la risposta dello Stato dell’eliminazione di Leoluca Bagarella (arrestato il 24 giugno 1995), diventa il nuovo capo di Cosa Nostra; in breve Provenzano cambierà radicalmente il modo d’agire tipico della mafia corleonese. Applica la mediazione, consentendo alla Mafia di rimanere quasi invisibile per oltre un decennio.


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Un giovane Bernardo Provenzano

Metodo mafioso e malattia

Provenzano si considera un ministro investito dall’alto, alla maniera dei vecchi padrini, e come loro si sente come un padre che cresce una famiglia: tipico è riscontrare questa sua tendenza nelle lettere che scrive. In questo sta una differenza fondamentale con il predecessore Riina.

Introduce anche un sistema amministrativo che redistribuisce i proventi alle cosche, organizzandole in organismi spezzati ma ampi, abolendo di fatto la gerarchia tipica della cupola. Suo mezzo di comunicazione sono i cosiddetti “pizzini” (da lui stesso così chiamati), termine siciliano per indicare bigliettini di carta con brevi appunti, nello specifico utilizzati dal boss per comunicare gli ordini.

Bernardo Provenzano viene segnalato nel 2003 presso una clinica francese vicino Marsiglia, dove si era recato per sottoporsi ad un intervento chirurgico alla prostata.


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Bernardo Provenzano in una foto segnaletica

L’arresto di Bernardo Provenzano

È la mattina dell’11 aprile 2006 quando Bernardo Provenzano viene catturato in località Contrada dei Cavalli, a Corleone, in un casolare di campagna.

Solo due settimane prima del ritrovamento, il suo avvocato Salvatore Traina aveva sostenuto che Provenzano era morto da anni.

A tradire il boss pare sia stato l’ultimo suo pizzino, inviato alla moglie la mattina stessa dell’arresto, tramite il quale gli investigatori sono risaliti all’abitazione nella quale il boss si rifugiava.

Un’altra versione vorrebbe che siano stati seguiti i pacchi di biancheria partiti da casa della moglie verso il casolare.

In precedenza già condannato in contumacia a tre ergastoli (oltre ad altri procedimenti in corso) il giorno successivo all’arresto Provenzano è stato trasferito dal carcere palermitano dell’Ucciardone, al carcere di massima sicurezza di Vocabolo Sabbione (Terni); messo in isolamento, e sorvegliato costantemente da un sistema di videocamere.



Gli ultimi anni di vita

Il 15 dicembre 2012 tentò il suicidio in carcere mentre il 9 aprile 2014 per l’aggravarsi delle sue condizioni viene ricoverato all’ospedale di San Paolo di Milano, proveniente dal centro clinico degli istituti penitenziari di Parma.

Nell’estate 2015 la Cassazione lo rimanda comunque al 41 bis per tutelare al meglio la sua salute perché altrimenti in un altro reparto sarebbe a rischio sopravvivenza.

Di nuovo ricoverato all’ospedale San Paolo di Milano, muore all’età di 83 anni il giorno 13 luglio 2016.


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Confronto tra un identikit fatto nel 2005 e una foto della cattura del 2006

 

Antonio Bassano

Giornalista pubblicista dal 2017, ma anche eterno appassionato di lotta, pittura, street photography e del mondo otaku. Cresciuto giornalisticamente grazie al quotidiano L'Occhio di Francesco Piccolo, Antonio Bassano ha un approccio alla professione letterario semplice e spontaneo, nonché orientato a mettere a nudo la notizia senza commistioni o forzature.

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