Almanacco

L’8 agosto del 1959 ci lascia all’età di ottantasette anni Luigi Sturzo, Sacerdote e uomo politico italiano

Un sacerdote gracile ma dal temperamento forte che fece politica sempra al fianco dei deboli. Questo è il racconto della vita di Luigi Sturzo, Sacerdote ed uomo politico italiano fondatore del Partito Popolare che identificava la politica come dovere morale e atto d’amore gratuito. Don Luigi Sturzo ha respirato Nuovo Testamento e Rerum Novarum, s’è battuto per la libertà ed ha scelto il campo dei deboli.

8 agosto 1959: muore Luigi Sturzo, presbitero e politico italiano

Luigi Sturzo nacque a Caltagirone (in provincia di Catania) il 26 novembre 1871 da Felice Sturzo e Caterina Boscarelli: il padre faceva parte della nobile famiglia dei Baroni d’Altobrando e la madre faceva parte di una famiglia borghese calatina. Fin da piccolo fu debole di costituzione fisica e quindi fu costretto a rimanere a casa, con le tenerissime cure dei genitori. Siccome non poté andare a scuola, andò al seminario di Acireale, dove soggiornò dal 1883 al 1886; qui conobbe Battista Arista, suo compagno di camerata. A causa del tempo cattivo che proveniva dall’Etna, dovette trasferirsi al seminario di Noto, in cui c’era un clima più mite: proprio grazie a questo poté restare presso tale seminario per due anni. Nel 1888 Luigi Sturzo andò al seminario di Caltagirone e fu un discepolo eletto e prediletto, il migliore, e qui si diplomò nello stesso anno del suo ingresso.


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Il 19 maggio del 1894 fu ordinato sacerdote alla chiesa del Santissimo Salvatore dal vescovo di Caltagirone Saverio Gerbino e nel 1896 alla Pontificia Università Gregoriana di Roma ottenne il baccellierato in teologia. Sempre nel 1894 s’iscrisse all’università della Sapienza di Roma e all’Accademia di San Tommaso d’Aquino. Luigi Sturzo, allo scopo di mettere in contatto gli studenti delle diverseregioni d’Italia, fondò l’Associazione dei Giovani Ecclesiastici, della quale divenne presidente il futuro vescovo di Bergamo Radini-Tedeschi e Sturzo divenne il vicepresidente. Mentre si preparava alle lauree, insegnò al seminario di Caltagirone filosofia, sociologia, diritto pubblico ecclesiastico, italiano e canto sacro.

Impegno civile e politico

Nel 1897 istituì a Caltagirone una Cassa Rurale dedicata a San Giacomo e una mutua cooperativa, che diede fastidio ai liberali conservatori e fondò anche il giornale di orientamento politico-sociale La croce di Costantino il 7 marzo dello stesso anno. I redattori de La croce di Costantino furono Mario Carfì, don Luigi Caruso, il canonico Filippo Interlandi-Taccia junior, il canonico Giacomo Compagno, il canonico Giuseppe Montemagno, il canonico Salvatore Cremona, Carmelo Caristia, Diego Vitale, Diego Caristia e il fratello di Luigi Sturzo, Mario Sturzo. Quest’ultimo era un uomo colto, d’intelligenza sottile, e fu autore di romanzi e di racconti, come I Rivali, Il figlio dello zuavo e Adelaide e nel 1903 sarebbe diventato Vescovo di Piazza Armerina.


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Oltre ai consensi il giornale suscitò le ire dei massoni a causa del metodo rettilineo e coraggioso che usava Luigi Sturzo per ottenere i consensi, quindi il 20 settembre 1897 bruciarono una copia del giornale, nella piazza principale di Caltagirone. Con i fatti di maggio del 1898, le repressioni antioperaie di Bava Beccaris, gli stati d’assedio nelle principali città, il processo a Davide Albertario, si comincia a delineare l’impossibilità della convivenza all’interno dell’Opera dei Congressi fra conservatori e democratici cristiani.

DC e Azione Cattolica Italiana

Il mantenimento dell’unità dei cattolici, voluta da papa Leone XIII, diventava sempre più arduo. Il sacerdote di Caltagirone tentò invano di introdurre nell’Opera una riflessione sui problemi dell’Italia Meridionale, che aveva sempre più approfondito nell’esperienza diretta del mondo contadino negli anni della crisi agraria. «Pochi — scrisse Gabriele De Rosa — ebbero, come Sturzo, la conoscenza specifica della struttura agraria e artigianale siciliana e la sua capacità di analisi degli effetti negativi del processo di espansione del capitalismo industriale sui fragili mercati del Sud e sulla piccola e media borghesia agricola e artigiana locale, che si sfaldava sotto i colpi di una impossibile concorrenza. Tra le cause della disgregazione dei vari ceti artigianali in Sicilia, Sturzo indicava la “forte concorrenza delle grandi fabbriche estere o nazionali di materie prime“; la lotta “rovinosa” che si facevano gli artigiani locali, la mancanza di capitali, l’indebitamento, l’impoverimento delle campagne dovuto alla crisi agraria».


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Luigi Sturzo nel 1900 fu visto tra i fondatori della Democrazia Cristiana Italiana, ma in realtà aveva pure rifiutato la tessera del partito, guidato da Romolo Murri, e nello stesso anno, essendosi scatenata in Cina la Ribellione dei Boxer, che volevano la cacciata degli stranieri dalla Cina, Sturzo presentò formale domanda al vescovo per partire missionario in quelle terre lontane, ma il vescovo, date le sue precarie condizioni di salute, gli negò il suo consenso e Sturzo ubbidì. Verso i primi anni del Novecento Luigi Sturzo divenne il collaboratore del quotidiano cattolico Il Sole del Mezzogiorno e nel 1902 guidò i cattolici di Caltagirone alle elezioni amministrative.

Nel 1905 verrà nominato consigliere provinciale della Provincia di Catania. Sempre nel 1905, alla vigilia di Natale, pronunciò il discorso di Caltagirone su “I problemi della vita nazionale dei cattolici“, superando il “non expedit”. Nello stesso anno venne eletto pro-sindaco di Caltagirone (mantenne la carica fino al 1920). Nel 1912 divenne vicepresidente dell’Associazione Nazionale Comuni d’Italia. Nel 1915, essendo stato molto attivo nell’Azione Cattolica Italiana, divenne il Segretario generale della Giunta Centrale del movimento.

Fondatore del Partito Popolare Italiano

Nel 1919 fondò il Partito Popolare Italiano (del quale divenne segretario politico fino al 1923) e il 18 gennaio 1919 si compie ciò che a molti è apparso l’evento politico più significativo dall’unità d’Italia: dall’albergo Santa Chiara di Roma, don Sturzo lancia “l’Appello ai Liberi e Forti”, carta istitutiva del Partito Popolare Italiano:

«A tutti gli uomini liberi e forti, che in questa grave ora sentono alto il dovere di cooperare ai fini superiori della Patria, senza pregiudizi né preconcetti, facciamo appello perché uniti insieme propugnano nella loro interezza gli ideali di giustizia e libertà».


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Nello stesso anno, infine, esce a Roma Il Popolo Nuovo, organo settimanale del neonato partito. Don Sturzo rende il Partito Popolare Italiano una formazione molto influente nella politica italiana e un suo voto impedisce a Giovanni Giolitti di assumere il potere nel 1922, permettendo così l’insediamento di Luigi Facta.

Il confronto con il fascismo

Contro il parere di Sturzo, dopo la marcia su Roma (28 ottobre 1922) il PPI accettò di sostenere il primo governo Mussolini, ottenendo due importanti ministeri (Tesoro, Lavoro e Previdenza sociale). Al IV Congresso del Partito Popolare (Torino, 12-14 aprile 1923), Luigi Sturzo, sostenuto dalla sinistra di Francesco Luigi Ferrari e di Luigi e Girolamo Meda, fece prevalere la tesi dell’incompatibilità fra la concezione “popolare” dello Stato e quella totalitaria del fascismo.


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Nel partito si esasperò (con espulsioni e migrazioni verso il PNF) il contrasto tra due anime: la sinistra contraria ad accordarsi con il governo e la destra favorevole alla collaborazione. Alla fine le due correnti del partito pattuirono un’ambigua condotta (“né opposizione, né collaborazione“), linea che durò solo una settimana, visto che alcuni esponenti popolari scelsero di passare all’opposizione, mentre la corrente di destra continuava a collaborare con Mussolini. Tanto che un solo deputato del PPI non votò la legge Acerbo, la nuova legge elettorale del novembre 1923, concepita per assicurare la maggioranza parlamentare al Partito Nazionale Fascista.

La posizione assunta al IV congresso aveva offerto il destro a Mussolini per duri attacchi contro il PPI. Il capo del Fascismo colse l’occasione anche per dare inizio a una dura campagna contro il “sinistro prete”: presentando Sturzo come un ostacolo alla soluzione della questione romana, Mussolini fece anche in modo che Sturzo perdesse l’appoggio delle gerarchie vaticane. Alla fine di questa campagna, il 10 luglio il prete di Caltagirone fu costretto a dimettersi da segretario del partito.

L’esilio


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Luigi Sturzo decise di lasciare gli incarichi nel partito e si rifugiò dal 1924 al 1940 prima a Londra, poi a Parigi ed infine a New York. A Londra animò diversi gruppi politici di italiani fuoriusciti e di cattolici europei fondando il People and Freedom Group; negli USA intrecciò rapporti con Arturo Toscanini, Carlo Sforza, Lionello Venturi, Mario Einaudi, Gaetano Salvemini, l’amico non credente che ebbe a definire l’esule di Caltagirone “Himalaya di certezza e di volontà”. Dopo lo sbarco alleato in Sicilia nel luglio 1943 riprese i contatti con gli esponenti cattolici siciliani, come Giuseppe Alessi, Gaspare Ambrosini, Salvatore Aldisio e Paola Tocco Verduci fondatrice in Sicilia del Movimento Femminile DC e prima donna membro di un Governo in Italia pur se regionale(Regione siciliana) ,fu tra i sostenitori della concessione dell’autonomia speciale alla Sicilia.

Il ritorno in Italia

Dopo il referendum tra monarchia e repubblica ritornò in Italia, sbarcando a Napoli il 5 settembre 1946 e stabilendosi nella casa generalizia delle Canossiane in Roma. Fu il primo a sollevare il problema della “questione morale” pubblicando già nel novembre 1946 su L’Italia un articolo dal titolo: “Moralizziamo la vita pubblica”. Continuò poi questa sua battaglia su Il Giornale d’Italia parlando delle tre “male bestie” che infettavano il sistema italiano: la partitocrazia, lo statalismo e l’abuso del denaro pubblico. Fu contrario all’idea dello Stato imprenditore facendo una netta distinzione tra Stato e statalismo: “Lo Stato è un ordine necessario al vivere civile, lo statalismo è il distruttore di ogni ordine istituzionale e di ogni morale amministrativa“. Difese la libera iniziativa e la cultura del rischio contro lo Stato paternalista: “Lo Stato deve facilitare e integrare l’iniziativa privata, non sostituirla al punto di paralizzarne la funzione”. E fu il primo a parlare di “democrazia imperfetta” quando, dopo le elezioni del 1948, De Gasperi andò a trovarlo per comunicargli il successo democristiano. Democrazia imperfetta perché senza regolare alternativa per il buon governo dell’Italia.


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La tomba di Don Luigi Sturzo a Caltagirone.

Pur riprendendo una vita politica attiva, non aderì formalmente alla Democrazia Cristiana e non svolse un ruolo dominante nella scena politica italiana, preferendo accettare nell’agosto 1947 la nomina dell’Assemblea regionale siciliana che lo elesse giudice dell’Alta Corte per la Regione siciliana. Il 17 dicembre del 1951 il consiglio comunale di Siracusa gli conferì, con un voto unanime raro in piena Guerra fredda, la cittadinanza onoraria, riconoscendo l’importanza della sua lotta per la libertà. Nell’aprile 1952, per il timore di un’affermazione nelle elezioni amministrative del comune di Roma della lista socialcomunista, chiamata Blocco del Popolo e capeggiata da un ottantaquattrenne Francesco Saverio Nitti, il Vaticano avallò l’iniziativa che prospettava un’ampia alleanza elettorale che coinvolgesse, oltre ai quattro partiti governativi, anche il Movimento Sociale Italiano e il Partito Nazionale Monarchico per “impedire che Roma, centro della cristianità, divenisse una succursale di Mosca, una serva obbediente del Cremlino“. L’iniziativa, impropriamente chiamata “operazione Sturzo“, fu portata avanti da Luigi Gedda, presidente dell’Azione Cattolica, con l’incoraggiamento di papa Pio XII, l’appoggio dell’Osservatore Romano, il sostegno di padre Riccardo Lombardi e di una fetta della Curia romana, quella conosciuta come “partito romano” il cui esponente di punta era il cardinale Alfredo Ottaviani. Portabandiera di questa lista fu scelto Sturzo il quale, ancora una volta, obbedì alla Chiesa. Non furono entusiasti dell’iniziativa, per una serie di motivi, Alcide De Gasperi e Guido Gonella. E non lo nascosero. Mugugnarono anche alcuni piccoli partiti centristi, alla fine l’operazione Sturzo non andò in porto grazie anche ad una lettera inviata direttamente al Papa da Giulio Andreotti in cui gli elencava i rischi di quell’iniziativa.

Rimase giudice dell’Alta Corte fino al 17 settembre 1952, quando fu nominato senatore a vita dal presidente della Repubblica Luigi Einaudi. Sturzo accettò la nomina, aderendo al gruppo misto, solo dopo aver ricevuto la dispensa da Pio XII. Nel marzo 1959 pubblicò sul Il Giornale d’Italia “Appello ai Siciliani”, uno dei primi testi a parlare esplicitamente dei mafiosi (l’Appello ha dato il titolo anche a una sua raccolta postuma di articoli). Morì a Roma l’8 agosto 1959 all’età di ottantasette anni; oggi è sepolto nella chiesa del Santissimo Salvatore a Caltagirone dove la salma è stata traslata il 3 giugno 1962. A 40 anni dalla sua morte il comune di Caltagirone pose nella Scalea del Palazzo Municipale una lapide in memoria di Luigi Sturzo.

Antonio Bassano

Giornalista pubblicista dal 2017, ma anche eterno appassionato di lotta, pittura, street photography e del mondo otaku. Cresciuto giornalisticamente grazie al quotidiano L'Occhio di Francesco Piccolo, Antonio Bassano ha un approccio alla professione letterario semplice e spontaneo, nonché orientato a mettere a nudo la notizia senza commistioni o forzature.

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