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Vaccini anti Covid, quanto dura l’immunità? Ecco tutto quello che sappiamo

Quanto dura l'immunità dei vaccini anti Covid? Scopriamo insieme che cosa dicono gli esperti, dal richiamo alla terza dose

Quanto dura l’immunità dei vaccini anti Covid? A sei mesi dalla prima dose di vaccino, medici ed esperti si stanno chiedendo se sia necessario fare una terza dose o comune un richiamo dei vaccini anti Coronavirus.

Vaccini anti Covid, quanto dura l’immunità?

La questione è delicata non solo per lo sforzo necessario a vaccinare nuovamente quanti hanno già finito il ciclo completo a gennaio (ad esempio i sanitari che hanno ricevuto entrambe le dosi di Pfizer nei primi due mesi dell’anno), ma anche per quel che riguarda le tempistiche autorizzative e le risultanze sulla durata dell’immunità: qual è il numero di anticorpi minimo per potersi dire protetti dal Covid? Per chiarire questo e altri dubbi, abbiamo parlato con il professor Fabrizio Pregliasco, virologo, Direttore Sanitario dell’Irccs Istituto Ortopedico Galeazzi di Milano e componente del Comitato Tecnico Scientifico della Lombardia.

Quanto dura l’immunità dopo la malattia da Covid-19?

I Coronavirus anche per chi ha avuto la malattia da Covid19 non danno immunità sul lungo periodo. Questo lo si è visto anche studiando i Coronavirus più comuni, come quelli che causano il raffreddore. Una conferma è venuta dal fatto che, a sei mesi di distanza, alcuni tra i guariti dal Covid19 si sono reinfettati.

Quanto dura l’immunità post-vaccinazione?

La durata dell’immunità, per quel che riguarda i vaccini, è un qualcosa che si sta ancora studiando a partire sia dalle risultanze di natura sperimentale, sia dei dati della vaccinazione di massa. Una recente dichiarazione da parte delle aziende Pfizer e Moderna ha spiegato come ci sia un mantenimento della risposta immunitaria duraturo dopo la vaccinazione, ma si tratta comunque di dati ancora parziali e di numero limitato. La priorità oggi è comunque quella di portare a termine una vaccinazione di massa.

Quanto conta il numero di anticorpi?

Il discorso sul numero di anticorpi è relativo. Ad oggi non esiste una certezza tale per cui si possa dire che un maggiore o un minore numero di anticorpi protegga di più o di meno dalla malattia da Covid-19. Il dato quantitativo non è ancora significativo per stabilire la capacità protettiva: c’è chi guarisce con valori anticorpali bassi e chi guarisce e conserva valori più alti. Detto questo, ci sono solo alcune tipologie di tecniche che possono determinare effettivamente il valore protettivo degli anticorpi neutralizzanti, che sono una tipologia specifica di anticorpi chiamati a combattere i virus. Possono essere determinati attraverso una tipologia di indagini che non sono usuali, si tratta di un test particolare, complementare al sierologico normale. Il sierologico da solo non può individuare in modo puntuale solo quel tipo di anticorpo chiamato a neutralizzare il virus.

Esistono altri tipi di immunità?

Quella cellulare. Anche in questo caso mancano studi relativi alla misurazione dei linfociti T, che producono le cosiddette plasmacellule dalle quali poi nascono gli anticorpi. Da questo meccanismo nascono quelli che vengono chiamati i Linfociti della memoria, ed è l’immunità umorale, quella che permette al corpo di tenere traccia di quanto vissuto, di non dimenticare la malattia. Ma c’è una seconda tipologia di risposta immunitaria che riguarda la cellula stessa e comporta l’attivazione dei macrofagi: dei veri e propri mangiatori dei virus e dei batteri. Si tratta, però, di meccanismi non semplici da studiare e determinare.

Esiste un vaccino più efficace di un altro?

Gli studi stanno rilevando che tra i diversi vaccini c’è una sostanziale comparabilità, al di là delle percentuali. Tutti quanti proteggono dai sintomi più gravi della malattia, che poi è l’aspetto più importante per non intasare gli ospedali e le terapie intensive. Stando ai risultati, AstraZeneca e Johnson&Johnson hanno valori più bassi sulla capacità di evitare l’infezione iniziale, ma sono assolutamente efficaci nel contrastare le conseguenze della malattia grave.

Sarà necessario vaccinarsi una terza volta?

Della terza dose se ne sta parlando e si sta studiando l’ipotesi di doverla fare ed è plausibile che sarà necessaria. Tutto dipende dall’immunità, si tratta a tutti gli effetti di un richiamo. In questo senso bisognerà fare dosi successive anche dei vaccini che ad oggi sono considerati monodose. Dovremo comportarci come già si fa con i richiami per l’influenza. Quindi sì, è molto probabile che saranno necessarie dosi successive di vaccino che costituiscono un semplice richiamo come già accade per molti altri vaccini.

Del vaccino russo Sputnik cosa sappiamo?

Su Sputnik, a parte un articolo su Lancet molto positivo, per ora ci sono pochi dati e il vaccino stesso ha una diffusione molto limitata. A San Marino lo stanno utilizzando senza notizie di controindicazioni. Per quel che riguarda l’efficacia, sulla carta è comparabile agli altri vaccini attualmente sul mercato.

La terza dose può essere più pericolosa delle altre?

No, la terza dose non comporta rischi per la salute. Il meccanismo è esattamente quello che si vede ogni anno per l’influenza: le aziende farmaceutiche aggiornano i vaccini alle nuove varianti e alle diverse tipologie di virus. Qui bisognerà vedere se il richiamo contro il Covid-19 sarà un vaccino identico a quelli che si stanno somministrando adesso o se terrà contro delle varianti. In questo secondo caso bisognerà capire quali saranno i tempi dell’iter registrativo, cioè delle autorizzazioni per la messa in commercio. È lo stesso iter del vaccino antinfluenzale ma si spera con procedure comunque rapide, in modo da far fronte alla pandemia.


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