Chiesa San Domenico Maggiore di Napoli: storia di un tragico amore

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Napoli: quando la luna si manifesta in tutto il suo splendore, il fantasma di Maria d'Avalos si aggira nei pressi della Piazza San Domenico. La leggenda

San Domenico Maggiore di Napoli: la leggenda di Maria d’Avalos, famosa per la sua bellezza e nobiltà, figlia di Carlo d’Avalos, Principe di Montesarchio e di Sveva Gesualdo, narra della giovane sposa che, nei primi anni del 1600, fu preda di passioni incontrollabili nei confronti di Fabrizio Carafa, duca d’Andria, per i quali fu accusata di adulterio dal marito Carlo Gesualdo, signore di Venosa, e da lui assassinata. Il suo spirito vaga ancora in cerca di perdono nella chiesa in cui fu celebrato il nefasto matrimonio.


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La leggenda di Maria D’Avalos: storia del fantasma della chiesa di San Domenico Maggiore di Napoli

Quando la luna si manifesta in tutto il suo pieno e completo splendore, pare che il fantasma di Maria d’Avalos si aggiri  nei pressi della napoletana Piazza San Domenico, sotto forma di un’evanescente figura femminile, avvolta in veli trasparenti. La leggenda narra che la madre di Maria D’Avalos, con un matrimonio combinato nel parentato, nel marzo del 1575, sposò a quindici anni, la bella figlia con Federico Carafa, figlio di Ferrante Carafa, marchese di S. Lucido e di Donna Beatrice della Marra, definito dai nobili dell’epoca “un angelo terreno”. Dal Carafa ebbe due figli. Bellissima come una Venere lei, un potenziale Achille lui.

Questi parlava in modo corretto lo spagnolo, il latino ed il greco, solo che sfortunatamente nell’ottobre del 1578, improvvisamente morì. Nel dicembre del 1580 Maria andò in Sicilia per sposare il marchese Alfonso Gioieni, ma anche stavolta il fato , la costrinse a restare vedova, dopo appena due anni di matrimonio. Rientrata a Napoli, a ventisei anni, le fu combinato, con dispensa papalina di Sisto V, il matrimonio con Carlo Gesualdo, Signore di Venosa e cugino di sangue per ramo materno, nato il 1563. Di lui si sapeva che era un formidabile suonatore di liuto, scrittore di madrigali e musica sacra, molto apprezzato per la sua musica polifonica.

Il matrimonio con il Principe Carlo Gesualdo da Venosa

Nel maggio del 1586, nella chiesa di San Domenico Maggiore a Napoli, furono celebrate le nozze del Principe Carlo Gesualdo da Venosa e la sempre più bella Maria d’Avalos. Dopo la celebrazione del matrimonio, i due andarono ad abitare in una casa reale di vico S. Domenico n° 9, oggi più nota come Palazzo Sansevero, nel quale dimorò nel XVIII secolo il Principe di S. Severo, Raimondo de Sangre, filosofo, alchimista ed appassionato di magia e di ricerche esoteriche.

Questo palazzo passò poi alla storia, perché il Principe de Sangre aveva fatto collocare nella cripta, edificata nel 1753, il famoso Cristo velato, il cui mistero è legato ad un sudario di marmo trasparente, il quale con un artificio ancora insoluto, fa “trasparire” sotto, il bellissimo viso del Cristo morto.

Dopo qualche tempo l’unione fu rallegrata dalla nascita del primogenito Emanuele, felicità che durò solo quattro anni, cioè sino a quando in una festa di ballo, Maria d’Avalos, incontra Fabrizio Carafa, duca d’Andria, di circa trentanni, bello come un Adone e con le sembianze di Marte, considerato all’epoca, il cavaliere più bello della città. Fabrizio, padre di quattro figli, era sposato con Maria Carafa, figlia di Don Luigi, Principe di Scigliano e di Donna Lucrezia del Tufo ed abitava nel Palazzo di largo San Marcellino, diventato in seguito, sede dell’Istituto Tecnico Elena di Savoia.

Le occasioni date dalle feste, dagli incontri salottieri e dalle serate danzanti, non mancarono ai due, la cui fiamma d’amore si alimentava ed ardeva sempre più nella loro anima e soprattutto nel loro corpo. Dagli sguardi alle frasi d’amore si passò già durante il primo incontro. Però nel tempo non bastarono più. Infatti, un giorno, nel mentre la splendida Maria passeggiava in Via Chiaia a Napoli, finse di accusare un forte dolore al ventre, che la vide costretta ad entrare in una casa dove nascosto, l’attendeva Fabrizio. Questo fu l’inizio di altri incontri che le circostanze di volta in volta offrivano agli innamorati, occasioni per ritrovarsi in differenti luoghi.

Nonostante le precauzioni, i timori ed i piani che per ogni incontro erano ben architettati, la già difficile vita dei due amanti, un giorno fu interrotta da un evento imprevisto ed imprevedibile.

Il tragico fato

Uno zio di Carlo, Don Giulio Gesualdo, coniugato con Laura Caracciolo, si era invaghito in tal modo della nipote che non sapeva  più come poter piegare alle sue voglie la splendida Maria. Tentò con regali, lacrime, suppliche, ma niente da fare, finché, tranquillizzatosi, si convinse che probabilmente si trovava veramente innanzi ad una novella Penelope, casta e fedele al suo sposo.

Così quando Don Giulio seppe della relazione della nipote, fu felicissimo di vendicarsi, informando immediatamente il marito Carlo Gesualdo. Questa notizia distrasse notevolmente il povero Carlo dai suoi studi musicali, il quale, frenando nell’immediatezza le sue passioni ed il suo impeto, cominciò ad indagare e a spiare la vita privata della moglie.

L’assassinio

Un giorno, il Principe madrigalista, finse di organizzare una battuta di caccia nell’agro partenopeo, agli Astroni, ribadendo con insistenza che, dato che la caccia sarebbe stata particolarmente impegnativa ed estenuante, per quella sera non si sarebbe ritirato a casa. Così, prima di far finta di partire, fece in modo che le porte della sua casa si aprissero facilmente, pur restando apparentemente chiuse e poi si nascose presso un parente poco lontano.

Maria d’Avalos ebbe sentore del pericolo, però nonostante tutto, l’irrefrenabile desiderio prevalse sulla razionalità. Quella sera, dopo aver cenato, andò a letto verso le ventidue raccomandando la sua cameriera, di non andare a dormire e di sorvegliare attentamente che  nessuno venisse  nei  pressi. Dato che la sua padrona le aveva anche raccomandato di non spogliarsi perché avrebbe potuto chiamarla, la cameriera si appoggiò sul letto con l’intento di leggere un libro, solo che il sonno ingannatore o complice delle forze occulte, la colse, sino a quando non sentì un gran fracasso, che la svegliò di soprassalto. Successe tutto così all’improvviso: Don Carlo Gesualdo, armato con un’alabarda ed in compagnia di un suo fido factotum, certo Pietro Maliziale, detto Bardotti, al quale aveva raccomandato di non far scappare la cameriera traditrice, perché dopo avrebbe ammazzato anche lei, entrò come una furia nella camera della moglie trovandola tra le braccia del suo amante. Mosso dalla vendetta e dalla furia, si lanciò sul letto e li pugnalò ripetutamente. Era la notte tra il 16 e il 17 ottobre 1590.

Le testimonianze

Qualche storico afferma anche, che il Principe, passando dalla camera del figlio, avesse notato in lui, fattezze di Fabrizio, e ancora preda della follia omicida, avesse posto fine alla sua vita soffocandolo.

All’alba del giorno seguente Carlo adagiò il corpo privo di vita di Maria all’ingresso del Palazzo e lasciò che tutto il popolo si accalcasse intorno al cadavere per vederne il ventre squarciato dalle coltellate.

Carlo, vendicato il suo onore, si vide costretto a fuggire da Napoli, per evitare la vendetta delle famiglie D’Avalos e Carafa. Per la legge dell’epoca, infatti, un assassinio di questo tipo era contemplato, ma le famiglie non si sarebbero rassegnate facilmente.

Si rinchiuse per diciassette anni nel castello-fortezza di Gesualdo, ma il suo stato di salute peggiorò dopo pochi giorni il suo arrivo. Nel settembre del 1613, morì dopo anni di sofferenze e dolori atroci che indussero chi gli stava intorno, a pensare che fosse posseduto dal demonio.


 

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