San Giovanni apostolo ed evangelista: biografia, fonti storiche, biografia e chiamata

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San Giovanni apostolo ed evangelista, nato a Betsaida il 10 (circa) e morto ad Efeso il 98 (o anni immediatamente successivi) è stato un apostolo di Gesù

San Giovanni apostolo ed evangelista, nato a Betsaida il 10 (circa) e morto ad Efeso il 98 (o anni immediatamente successivi) è stato un apostolo di Gesù. La tradizione cristiana lo identifica con l’autore del quarto vangelo e per questo gli viene attribuito anche l’epiteto di evangelista. La sua ricorrenza ricade il 27 dicembre.

San Giovanni, tutto quello che c’è da sapere sull’apostolo di Gesù

Secondo le narrazioni dei vangeli canonici era il figlio di Zebedeo e Salome e fratello dell’apostolo Giacomo il Maggiore. Prima di seguire Gesù era discepolo di Giovanni Battista. La tradizione gli attribuisce un ruolo speciale all’interno della cerchia dei dodici apostoli: compreso nel ristretto gruppo includente anche Pietro e Giacomo il Maggiore, lo identifica, per quanto attualmente tale ipotesi non sia condivisa, con «il discepolo che Gesù amava», partecipe dei principali eventi della vita e del ministero del maestro e unico degli apostoli presente alla sua morte in croce. Secondo antiche tradizioni cristiane Giovanni sarebbe morto in tarda età ad Efeso, ultimo sopravvissuto dei dodici apostoli.

A lui la tradizione cristiana ha attribuito cinque testi neotestamentari: il Vangelo secondo Giovanni, le tre Lettere di Giovanni e l’Apocalisse di Giovanni; molti critici contemporanei, anche cristiani, ritengono invece che questi testi non siano probabilmente attribuibili all’apostolo Giovanni. Altra opera a lui attribuita è l’Apocrifo di Giovanni (non riconosciuto come testo divinamente ispirato dalla Chiesa Cattolica e Ortodossa). Per la profondità speculativa dei suoi scritti è stato tradizionalmente indicato come “il teologo” per antonomasia, raffigurato artisticamente col simbolo dell’aquila, attribuitogli in quanto, con la sua visione descritta nell’Apocalisse, avrebbe contemplato la Vera Luce del Verbo, come descritto nel Prologo del quarto vangelo, così come l’aquila, si riteneva, può fissare direttamente la luce solare.

Fonti storiche

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San Giovanni Evangelista con a fianco il suo simbolo dell’aquila. Affresco di Masolino da Panicale del 1435 nel Battistero di Castiglione Olona (Varese).

Non esistono riferimenti archeologici diretti (come epigrafi) riferibili alla vita e all’operato di Giovanni, e nemmeno riferimenti diretti in opere di autori antichi non cristiani. Le fonti testuali conservatesi sono di tre tipi:

  • i quattro vangeli canonici e gli Atti degli apostoli, redatti in greco tra il I secolo e la prima metà del II, contengono gli unici riferimenti diretti alla vita di Giovanni (gli altri scritti neotestamentari a lui attribuiti dalla tradizione, le tre Lettere di Giovanni e l’Apocalisse di Giovanni, non forniscono informazioni dirette sulla sua vita);
  • alcuni scritti non canonici a lui attribuiti o riferiti – Atti di Giovanni, Apocrifo di Giovanni, Interrogatio Johannis – che per la datazione tardiva e per il contenuto leggendario non sono considerati come vere e proprie fonti storiche, sebbene sia possibile che il più antico di questi, gli Atti, abbia raccolto alcuni dettagli storicamente fondati;
  • alcuni accenni contenuti negli scritti di alcuni Padri della Chiesa, in particolare Tertulliano, Ireneo di Lione, Eusebio di Cesarea e Girolamo.

Nome ed epiteti

Giovanni è noto con diversi nomi ed epiteti, riferiti a lui sia nei vangeli, sia nelle opere a lui attribuite, sia nella tradizione cristiana.

  • Giovanni. È il nome proprio usato nei testi neotestamentari (ad esclusione del quarto vangelo) e nella tradizione cristiana. Il termine corrisponde all’ebraico יוחנן (Yehohanàn), letteralmente “YH fece grazia”, traslitterato in greco Ιωάννης (Ioànnes) e in latino Ioànnes. Si tratta di un nome comune nell’onomastica ebraica e portato da altri personaggi del Nuovo Testamento, in particolare Giovanni Battista e Giovanni Marco discepolo di Pietro.
  • Boanerghes (Βοανηργες). È il soprannome aramaico che Gesù stesso avrebbe dato a Giovanni e suo fratello Giacomo. Secondo lo stesso passo evangelico significa «figli del tuono». In realtà il significato del termine non è immediato, in quanto la resa greca dell’aramaico non è perfetta. La prima parte (βοανη, boanè) può corrispondere al plurale aramaico-ebraico בני (b enè), «figli di» (al singolare sarebbe bar, vedi Barabba). Per la seconda parte (ργες) è stata ipotizzata un’errata lettura da un manoscritto aramaico, precedente alla redazione evangelica in greco, del termine r’m («tuono») nell’evangelico r’s (ργες), data la somiglianza tra la mem finale ם (quadrata) e la samech ס (tondeggiante). In questo caso l’epiteto viene collegato al temperamento focoso dei due fratelli, oppure può riferirsi al fatto che, nelle teofanie dell’Antico Testamento il tuono indica la voce di Dio: in tal senso «figli del tuono» indicherebbe la missione dei due fratelli di annunciatori della parola di Dio. Un’interpretazione diversa ipotizza altre radici semitiche come רגש (ragàsh), «tumulto», oppure רגז (ragàz), «ira», «turbamento»; in tal senso, è stato ipotizzato che il nome fosse riferito ai fratelli per una ipotetica loro appartenenza al movimento nazionalista zelota.
  • Figlio di Zebedeo o fratello di Giacomo.
  • «Discepolo che Gesù amava». Come sopra indicato il quarto vangelo non nomina mai l’apostolo Giovanni. Di contro è presente in esso un personaggio assente negli altri testi neotestamentari, il «discepolo che Gesù amava». La tradizione cristiana ha identificato questo anonimo discepolo, indicato anche genericamente come «l’altro discepolo», con lo stesso Giovanni. In caso contrario sarebbe totalmente assente nel quarto vangelo un personaggio che è descritto come di primo piano negli altri tre vangeli e negli Atti degli apostoli. Tale interpretazione non è, comunque, condivisa e gli esegeti del cattolico “Nuovo Grande Commentario Biblico” osservano che “l’autore di Gv21 chiaramente non identifica il discepolo prediletto, che sta all’origine della tradizione giovannea, con Giovanni figlio di Zebedeo. Gv21,2 parla de «i (figli) di Zebedeo», mentre 21,7.20 parla del discepolo prediletto. Altrove, il vangelo pare separare i Dodici dagli altri discepoli del Signore, nei quali sarebbe compreso il discepolo prediletto”.
  • Apostolo. Sebbene non sia chiamato mai direttamente «apostolo» (traslitterazione del greco ἀπόστολος, «inviato»), Giovanni è presente in tutti e quattro gli elenchi apostolici del Nuovo Testamento.
  • Colonna. In un solo passo del Nuovo Testamento (Gal2,9) Paolo di Tarso chiama Giovanni, assieme a Pietro e Giacomo il Giusto, «colonna» della Chiesa, per sottolinearne l’importante ruolo rivestito nella Chiesa di Gerusalemme dopo la morte di Gesù.
  • Evangelista. L’apostolo Giovanni viene dalla tradizione anche detto evangelista in quanto ritenuto autore del quarto vangelo. Le più antiche indicazioni a proposito risalgono alla prima metà del II secolo.
  • Presbitero. Deriva dall’identificazione di Giovanni, da parte della tradizione cristiana, con l’anonimo «presbitero» (letteralmente «anziano») che nell’incipit della Seconda lettera di Giovanni e della Terza lettera di Giovanni (2Gv1;3Gv1) è definito come autore. La critica testuale contemporanea, però, ritiene che l’autore di queste due lettere non fosse Giovanni, considerandole dunque pseudoepigrafe) e le data all’anno 100.
  • Di Patmo. L’autore dell’Apocalisse di Giovanni si presenta col nome di Giovanni (Ap1,1;1,4;1,9;22,8) e si dice residente nell’isola di Patmo (Ap1,9). La successiva tradizione cristiana, a partire da inizio II secolo, lo ha identificato con certezza con l’apostolo ed evangelista.
  • Teologo. Il titolo, caro in particolare alla tradizione orientale greca, deriva dal fatto che tra i quattro vangeli quello di Giovanni è caratterizzato da numerose speculazioni teologiche.
  • Epistèthios, aggettivo neologistico plasmato dall’espressione ἐπὶ τὸ στῆθος (epì to stèthos, «sopra il petto») di Gv13,25;21,20: durante l’ultima cena Giovanni appoggiò il capo sul petto di Gesù per chiedergli chi l’avrebbe tradito. L’epiteto è proprio della tradizione patristica greca.
  • Vergine (parthènos in greco).
  • Sacerdote. Nella tradizione cristiana il solo Eusebio di Cesarea riporta un’affermazione che attribuisce a Policrate di Efeso (fine II secolo), secondo la quale Giovanni, il quale poggiò il capo sul petto del Signore (durante l’ultima cena), indossava la placca sacerdotale (petalon), cioè apparteneva a una delle classi sacerdotali che gestivano il culto del tempio di Gerusalemme. Il valore storico dell’affermazione è controverso.
  • È l’unico dei dodici apostoli a non essere venerato con il titolo di martire, in quanto la tradizione lo dice morto per anzianità e non in modo violento.

Biografia

Al pari degli altri personaggi neotestamentari, la cronologia e la vita di Giovanni non ci sono note con precisione. I testi evangelici lo indicano come un fedele seguace del maestro, ma il periodo precedente e seguente alla sua partecipazione al ministero itinerante di Gesù (probabilmente 28-30, vedi data di morte di Gesù) è ipotetico e frammentario.

Origine e caratteristiche personali

I dettagli circa la vita di Giovanni prima dell’incontro con Gesù sono in gran parte ipotetici, desumibili da alcuni accenni sparsi nei vangeli. Il luogo e la data di nascita non sono noti. La tradizione successiva che lo indica come il più giovane degli apostoli, o meglio come l’unico di questi morto in tardissima età, può indicare una data di nascita alcuni anni successiva all’inizio dell’era cristiana (attorno al 10?). Il luogo di residenza, e probabilmente anche di nascita, era Betsaida, una località galilea sita sul Lago di Genesaret. Il padre era Zebedeo, la madre forse Salome e aveva almeno un fratello, Giacomo detto «il maggiore». Il fatto che nelle liste stereotipate degli apostoli nei sinottici (ma non negli Atti) Giovanni segua Giacomo, o che quest’ultimo venga spesso indicato come «figlio di Zebedeo», mentre Giovanni sia indicato come suo fratello, può lasciare concludere che Giacomo fosse un fratello maggiore.

La famiglia era dedita alla pesca. Il padre aveva dei garzoni e i suoi figli sono detti soci di Simon Pietro, ed è possibile che la famiglia facesse parte di una sorta di cooperativa di pescatori. Questo potrebbe spiegare come mai l'”altro discepolo” presente al processo di Gesù, tradizionalmente identificato con Giovanni, fosse conosciuto “al sommo sacerdote” (Gv18,15), o meglio ai domestici del suo palazzo che lo fecero entrare: è verosimile che la sua famiglia gestisse un commercio ittico, e in quanto tale è possibile che godesse di tale conoscenza.

Circa l’accenno di Policrate di Efeso (II secolo) allo stato sacerdotale di Giovanni (e della sua famiglia), la storicità è controversa. Se autentico, il particolare spiegherebbe la conoscenza di Giovanni da parte del sommo sacerdote.

Sempre rimanendo nel campo delle ipotesi, si può supporre che la famiglia di Giovanni appartenesse al ceto medio, ed è possibile che la madre Salome facesse parte del seguito di agiate donne che provvedevano alle necessità economiche del gruppo itinerante (Lc8,2-3).

La tradizione ha poi identificato in Giovanni l’«altro discepolo» che, con Andrea, faceva parte del seguito di Giovanni Battista ma seguì poi Gesù (Gv1,35-40). A tale proposito c’è da rilevare che sono piuttosto numerosi i riferimenti che Giovanni, nel Vangelo a lui attribuito, fa del Battista, sottolineando la funzione di quest’ultimo come precursore di Gesù (Gv1,8;1,15;1,20;1,29-34;5,33-36;10,41).

Chiamata

La vocazione di Giovanni da parte di Gesù è esplicitamente narrata dai tre vangeli sinottici. Matteo (4,21-22) e Marco (1,19-20) ne forniscono un sobrio resoconto: i due fratelli Giovanni e Giacomo vengono chiamati da Gesù “presso il Mare di Galilea” mentre sono sulla barca col padre Zebedeo, intenti a riparare le reti da pesca. Questa chiamata viene narrata subito dopo quella di Andrea e Pietro, avvenuta in simile contesto lavorativo.

Luca invece inserisce la chiamata all’interno del miracolo della cosiddetta pesca miracolosa (taciuta da Mt e Mc, riportata da Gv21,1-13 dopo la risurrezione di Gesù), e tace la presenza di Andrea.

Il Vangelo di Giovanni invece, assumendo la tradizionale identificazione dell'”altro discepolo” con lo stesso evangelista, ambienta la chiamata (Gv1,35-40) a Betania, presso il fiume Giordano (Gv1,28). Qui Giovanni e Andrea, discepoli di Giovanni Battista, furono da lui invitati a seguire Gesù con la frase “Ecco l’Agnello di Dio”. Particolarmente vivo appare il dettaglio per cui l’apostolo, futuro evangelista narratore, ricorda con precisione il momento della sua vocazione: “l’ora decima”, cioè le quattro del pomeriggio.

Una possibile armonizzazione delle narrazioni evangeliche ipotizza una prima chiamata di Giovanni e degli altri futuri apostoli presso Betania, quindi il loro ritorno in Galilea, quindi la definitiva chiamata presso il Mare di Galilea. L’esegesi contemporanea, meno interessata a compiere armonizzazioni cronologiche-cronachistiche (intento propriamente assente nei vangeli) e più attenta ai dati positivi contenuti nelle narrazioni evangeliche, si limita a riconoscere per Giovanni un passato di pescatore e un possibile discepolato verso il Battista prima della sequela di Gesù.

Apostolo di Gesù

Dopo la sua vocazione, durante gli anni del ministero itinerante di Gesù (probabilmente 28-30), Giovanni sembra rivestire un ruolo importante all’interno della cerchia dei dodici apostoli, secondo solo a Pietro e seguito da suo fratello Giacomo. I tre sono presenti durante alcuni dei principali eventi della vita del maestro, quando sono preferiti in maniera esclusiva agli altri apostoli:

  • la risurrezione della figlia di Giairo;
  • la trasfigurazione di Gesù;
  • la preghiera nel Getsemani, dopo l’ultima cena e prima dell’arresto di Gesù.

Con Pietro riceve l’incarico di preparare l’ultima cena (Lc22,8).

Il solo Luca (9,51-56) riporta un episodio che sottolinea il carattere focoso dei fratelli Giacomo e Giovanni. Un villaggio samaritano (ebrei considerati scismatici) aveva rifiutato ospitalità a Gesù e i figli di Zebedeo propongono la sua distruzione tramite un “fuoco discendente dal cielo” (vedi l’omologo episodio di Elia in 2Re1,2-15), attirandosi il rimprovero del maestro.

Sia Matteo (20,20-23, che introduce l’intermediazione della madre Salome, una probabile finanziatrice del gruppo, v. sopra) che Marco (10,35-40) riportano un episodio che indica il carattere ambizioso dei due fratelli. Questi avevano probabilmente una visione terrena del Regno predicato da Gesù e si aspettavano, in quanto particolarmente favoriti tra i suoi seguaci, un ruolo privilegiato in esso. Alla richiesta Gesù risponde evasivamente con l’assicurazione che “berranno il suo calice”, cioè che gli saranno associati nella sofferenza e nel martirio. Giacomo verrà effettivamente martirizzato attorno al 44 (At12,1-2).

Nel quarto vangelo, come sopra indicato, Giovanni viene tradizionalmente identificato col “discepolo che Gesù amava”. Durante l’ultima cena riveste un ruolo particolare a fianco del maestro (Gv13,23-25), interrogandolo sull’identità del traditore. È testimone privilegiato del processo di Gesù (Gv18,15). Nonostante fosse scappato con gli altri apostoli durante l’arresto nel Getsemani, è l’unico dei discepoli presenti durante la crocifissione di Gesù, il quale gli affida sua madre Maria (Gv19,26-27).[28] Dopo la risurrezione di Gesù corre con Pietro al sepolcro (Gv20,3-8). Durante l’apparizione in Galilea è il primo a riconoscere il maestro risorto (Gv21,7).

Compagno di Pietro

Negli Atti degli apostoli, che descrivono le vicende della Chiesa apostolica in un periodo compreso all’incirca tra il 30 e il 60, Giovanni gioca ancora un ruolo di primo piano, specialmente nella prima sezione (la seconda è focalizzata sull’operato di Paolo). In At1,13 Giovanni è nominato dopo Pietro al secondo posto nella lista degli apostoli, davanti al fratello Giacomo che nelle liste contenute nei Vangeli lo precedeva.

In At3,1-11 (inizio anni trenta?) viene descritto un miracolo, la guarigione di un uomo storpio dalla nascita, compiuto da Pietro e Giovanni presso la porta “bella” del tempio di Gerusalemme. La grande risonanza dell’evento portò all’arresto dei due apostoli, che furono fatti comparire davanti al Sinedrio. Il consiglio però non li punì e li lasciò liberi (At4,1-21).

In At5,17-42 (metà anni trenta?) viene descritta l’incarcerazione da parte del sommo sacerdote degli “apostoli” (senza farne i nomi con l’eccezione di Pietro). Tradizionalmente Giovanni viene inserito nell’episodio, inclusione non sicura ma resa verosimile dal suddetto episodio analogo. Secondo il testo biblico l’incarcerazione si concluse nella notte stessa con una miracolosa liberazione. Seguì l’indomani un nuovo arresto e un secondo processo, con l’inatteso intervento in loro favore da parte del rabbino Gamaliele. Il Sinedrio li fece fustigare e poi li liberò.

Durante la prima persecuzione contro i seguaci del Nazareno (attorno al 35-37?), che vide la morte di Stefano e l’attivo operato di Saulo, gli apostoli (e Giovanni) sembrano non essere coinvolti (At8,1).

L’ultimo accenno esplicito di Atti a Giovanni è in At8,14-25, quando l’apostolo viene inviato assieme a Pietro in Samaria dove avvenne l’incontro con Simon Mago. Questa missione evangelizzatrice non sembra comunque aver troncato i legami con la chiesa madre di Gerusalemme.

In occasione degli eventi del Concilio di Gerusalemme (circa 49-50, At15,1-35), che lasciò liberi i pagani convertiti di non osservare i precetti della Torah, il ruolo svolto da Giovanni viene taciuto dagli Atti, che mettono in primo piano Pietro e Giacomo (non il “Maggiore” fratello di Giovanni, ucciso attorno al 44, ma il “fratello” di Gesù). Tuttavia nel resoconto paolino di Gal2,1-9 Giovanni viene collocato sullo stesso piano degli altri due discepoli: entrambi sono chiamati “colonne”.

Predicazione in Anatolia

Circa gli anni successivi agli eventi narrati negli Atti, le antiche tradizioni cristiane concordano nel collocare l’operato di Giovanni in Asia (cioè l’attuale Anatolia occidentale), in particolare a Efeso, con una breve parentesi di esilio nell’isola di Patmo.
In particolare, Ireneo di Lione afferma che « […] Giovanni, il discepolo del Signore, quello che riposò pure sul petto di lui, anch’egli pubblicò un Vangelo, mentre soggiornava in Efeso d’Asia» (Adv.Haer.III,1,1).
Policrate di Efeso riporta una tradizione altrettanto antica quando, intorno all’anno 190, scrisse al Vescovo di Roma Vittore per difendere la prassi pasquale quartodecimana in uso nelle chiese d’Asia affermando di averla appresa dai «grandi luminari che riposano in Asia […] : Filippo…morto a Gerapoli…; Giovanni, che si era chinato sul petto del Signore, che fu sacerdote e portò il petalon, che fu testimone e maestro, è morto ad Efeso» (Eusebio, Historia Ecclesiastica, V,24,2-3 e III,31,3).
A Policarpo di Smirne si riferisce Ireneo (a sua volta citato da Eusebio di Cesarea) nella lettera a Florino, collocando esplicitamente in Asia la predicazione di Policarpo in cui « […] raccontava i suoi rapporti con Giovanni e con gli altri cha avevano visto il Signore» (Eusebio, Hist. Eccl., V,20,6).
Eusebio di Cesarea, inoltre, segnalando che il nome “Giovanni” è presente due volte nell’elenco dei nomi tratto da Papia di Gerapoli e da lui riportato, afferma: «Con ciò viene dimostrata la veridicità del racconto di coloro che dicevano che in Asia due persone avevano lo stesso nome, e ricordavano che ancora oggi esistono due tombe che portano il nome di Giovanni a Efeso». (Eusebio, Hist. Eccl., III,39,6). Papia di Gerapoli, infatti, nella sua opera Esposizione degli Oracoli del Signore, afferma di riportare ciò che aveva appreso dai presbiteri, « […] coloro che tramandano la memoria dei precetti dati dal Signore…Se poi veniva qualcuno che era stato discepolo dei presbiteri, chiedevo le parole dei presbiteri…Che cosa aveva detto Andrea, Pietro (…) Giovanni o Matteo (…) e ciò che dicono Aristione e il presbitero Giovanni, discepoli del Signore» (Eusebio, Hist. Eccl., 39,1-17).
Il contesto cronologico complessivo però è meno definito, e in particolare è ignota è la data in cui Giovanni (e secondo la tradizione anche Maria, sulla base di Gv19,26-27) si è trasferito in questa città, all’epoca la quarta metropoli dell’impero romano (dopo Roma, Alessandria e Antiochia). È possibile che l’apostolo si sia trasferito in Asia prima del Concilio di Gerusalemme (circa 49-50) e, soprattutto, prima del prolungato soggiorno nella città di Paolo (durato almeno due anni, dalle varie ipotesi cronologiche collocati tra il 52-58): in tal caso Giovanni sarebbe il fondatore di questa chiesa. Ad ogni modo, indipendentemente dalla sequenza cronologica (Giovanni poi Paolo oppure Paolo poi Giovanni), fu la figura di Giovanni a lasciare una netta impronta alle chiese asiatiche (vedi p.es. la questione quatordecimana sulla celebrazione della Pasqua).

Accenni contenuti in testi patristici nominano alcuni discepoli di Giovanni che poi giocarono ruoli di primo piano nella storia e nella letteratura cristiana: Papia di Ierapoli e Policarpo di Smirne.

Atti di Giovanni

L’apocrifo Atti di Giovanni (seconda metà II secolo) descrive dettagliatamente alcuni eventi della vita di Giovanni nel periodo del suo soggiorno a Efeso con lo stile agiografico-leggendario proprio degli apocrifi. Secondo la versione lunga del testo (tr. ing.), pervenutaci priva della parte iniziale, Giovanni si reca da Mileto a Efeso per un rivelazione divina. Qui incontra Licomede, un magistrato della città, e sua moglie Cleopatra. Dopo poco entrambi muoiono ma Giovanni li risuscita. L’apostolo poi guarisce pubblicamente molti malati nel teatro della città. Un giorno entra nel tempio di Artemide e metà di questo crolla, causando molte conversioni al cristianesimo (secondo una versione latina 12.000). Per questo Giovanni rinuncia al suo proposito di recarsi a Smirne (ma il manoscritto tardivo Q. Paris Gr. 1468, dell’XI secolo, riferisce di un suo soggiorno colà con alcuni compagni per quattro anni). Quindi il testo riporta la miracolosa risurrezione della cristiana Drusiana, moglie di Andronico. La sezione successiva riporta un lungo discorso di Giovanni che descrive Gesù in chiave doceta, per cui la sua natura umana era solo apparente e lo stesso per i patimenti che gli si attribuiscono.

Alcune testimonianze latine (Abdia, Melito) aggiungono altri miracoli (ricompone miracolosamente i frammenti di un gioiello frantumato, trasforma pietre di gemme, risorge alcuni morti) accennando a una predicazione a Pergamo. Le varie versioni terminano col decesso dell’apostolo per cause naturali. In alcune versioni il corpo, dopo la sua sepoltura, non viene più ritrovato, lasciando ipotizzare un’assunzione al cielo.

Secondo la versione breve del testo (tr. ing.), dopo la distruzione del tempio di Gerusalemme (70), l’imperatore Domiziano (regno 81-95) sente parlare dell’apostolo e manda a chiamarlo da Efeso. Giunto al suo cospetto a Roma gli parla della fede cristiana nel Regno futuro di Gesù, figlio di Dio. L’imperatore gli chiede una prova e Giovanni chiede una coppa di veleno che beve (vedi Mt20,20-23;Mc10,35-40) rimanendo miracolosamente illeso. Domiziano dubita dell’efficacia del veleno e lo fa bere a un condannato a morte che muore all’istante, ma Giovanni lo risuscita. Poco dopo risuscita anche un servo dell’imperatore da poco deceduto. Domiziano dunque, che aveva fatto votare dal senato un decreto contro i cristiani ma non voleva applicarlo a Giovanni, ordina che sia esiliato nell’isola di Patmo. Qui ha la rivelazione della fine (Apocalisse). A Domiziano succede Nerva (96-98), che abolì gli esili forzati imposti dal predecessore, ma solo sotto Traiano (98-117) Giovanni ritorna Efeso. Data la tarda età ordina come suo successore Policarpo. L’apocrifo termina con una lunga serie di preghiere di Giovanni in punto di morte e col suo decesso per cause naturali.

Altre fonti

Sebbene lo stile leggendario dell’apocrifo ne renda improbabile un completo valore storico è possibile che il testo abbia raccolto qualche elemento fondato. Sia la residenza a Efeso che il soggiorno presso Patmo sotto Domiziano sono documentati da altre fonti. Girolamo precisa l’anno dell’esilio al 14° del regno dell’imperatore (95) in occasione di una seconda persecuzione (dopo la prima di Nerone), confermando il ritorno a Efeso sotto Nerva (“Pertinax”) e la morte sotto Traiano.

Ireneo ricorda, durante il soggiorno di Giovanni a Efeso, il suo scontro con Cerinto, un cristiano poi giudicato eretico che sosteneva una dottrina adozionista. In tal senso possono essere contestualizzati gli accenni presenti nel quarto vangelo alla preesistenza del Logos-Gesù.

Tertulliano accenna brevemente a un episodio secondo il quale Giovanni a Roma, sede del martirio di Pietro e Paolo, fu immerso nell’olio bollente ma non ne patì e fu esiliato in un’isola (Patmo). Il miracolo, che non trova riscontro in nessun’altra fonte storica e va probabilmente inteso come una leggenda tardiva, non è contestualizzato ma la tradizione cristiana (ripresa in particolare dalla Legenda Aurea c. 69) lo ha localizzato presso la Chiesa di San Giovanni in Oleo, nei dintorni della Porta Latina, sotto l’imperatore Domiziano. Un possibile accenno al supplizio inflitto a Giovanni, secondo una recente e suggestiva ipotesi, è presente nella IV satira di Giovenale: dopo la narrazione dell’uccisione, per ordine di Domiziano, del nobile Acilio Glabrione, probabilmente a causa della sua adesione al Cristianesimo, è raccontata la cattura di un enorme pesce peregrinus (straniero) che l’imperatore avrebbe cucinato in una capiente padella in veste di Pontefice Massimo. L’allusione a Giovanni potrebbe cogliersi dal significato cristologico dell’immagine del pesce, dal contesto dell’intera satira, e dal legame fra la persecuzione anticristiana di Domiziano e un’indagine concernente il fiscus iudaicus.

Tradizione archeologica

Sul sito a Efeso considerato sede del sepolcro di Giovanni fu costruita una basilica nel VI secolo, sotto l’imperatore Giustiniano, della quale oggi rimangono solo tracce.

A Patmo una grotta detta “dell’Apocalisse” viene indicata come dimora dell’apostolo durante il suo momentaneo esilio. Dal 1999 è uno dei Patrimoni dell’umanità dell’UNESCO, assieme al Monastero di San Giovanni.

Ricerche archeologiche condotte alla fine del secolo scorso, sulla base delle visioni della monaca agostiniana Anna Katharina Emmerick (1774 – 1824), hanno permesso il ritrovamento a circa 9 km a sud di Efeso della casa di Maria (da non confondere con la “Santa Casa” di Loreto), dove sarebbero vissuti la madre di Gesù e l’apostolo Giovanni.

Morte

Giovanni rappresenta un caso particolare tra i dodici apostoli poiché la tradizione lo indica come l’unico morto per cause naturali e non per martirio, tanto che i paramenti liturgici per la sua festa sono bianchi e non rossi. Oltre agli Atti di Giovanni, alcune indicazioni patristiche sono concordi nel datare la morte a Efeso sotto l’impero di Traiano (98-117) e Girolamo specifica la data con precisione al 68º anno dopo la passione del Signore, cioè nel 98-99. Esiste comunque una secolare tradizione, riportata anche nella Legenda Aurea, secondo cui Giovanni fu martirizzato a Roma, presso porta Latina, durante la persecuzione di Domiziano; constatato che l’olio bollente non riusciva a bruciare il corpo dell’apostolo, Domiziano lo accecò e lo rimandò ad Efeso, dove poi morì.

Come racconta il quarto vangelo (Gv21,20-23), c’era tra le comunità cristiane la curiosa leggenda per cui Giovanni, l’apostolo prediletto, non sarebbe morto prima della parusia di Gesù. La leggenda traeva ispirazione dalla longevità dell’apostolo: un’età di 90-100 anni rappresentava per l’epoca un elevato traguardo. Assumendo inoltre l’autenticità giovannea dell’Apocalisse, testo che rivela la fine del mondo e il ritorno del Signore, poteva essere logico ipotizzare che all’apostolo sarebbe stato concesso di vivere quello che aveva visto estaticamente. Alla morte di Giovanni alcuni suoi discepoli hanno inserito in appendice il racconto per chiarire che la leggenda non aveva fondamento nella predicazione di Gesù.

L’apocrifo Atti di Giovanni descrive una sua lunga preghiera d’addio e varie versioni (considerate tutte leggende tardive) divergono circa la sua fine:

  • muore dicendo «La pace sia con voi, fratelli»
  • viene avvolto da una luce abbagliante e muore, e dalla sua tomba ne esce della manna;
  • il mattino seguente alla sepoltura i discepoli non ne trovano più il corpo (o ne trovano solo i sandali), lasciando ipotizzare un’assunzione al cielo. Questo particolare, sebbene abbia goduto di una certa fortuna artistica, non è stato accolto dalla tradizione teologica cristiana che riconosce l'”assunzione” solo a Elia e a Maria (per il caso di Gesù si parla propriamente di “ascensione”).

Opere attribuite o riferite

A Giovanni la tradizione cristiana ha attribuito (ne è considerato l’autore) o riferito (è il soggetto della narrazione) alcune opere. Una divisione immediata è tra quelle canoniche, incluse tra i libri della Bibbia (nella fattispecie del Nuovo Testamento), e apocrife (cioè escluse dalla Bibbia).

Canoniche

Per secoli la tradizione cristiana ha attribuito all’apostolo Giovanni il quarto vangelo, la prima lettera e l’Apocalisse. Nell’antichità qualche dubbio era sorto sulla paternità della seconda e terza lettera, che alcuni attribuivano a un Giovanni “presbitero” diverso dall’apostolo, ma la tradizione ha poi di fatto identificato i due Giovanni. In epoca contemporanea storici ed esegeti hanno rinunciato ad attribuire le cinque opere alla redazione di un unico personaggio e preferiscono parlare di una scuola (o circolo o tradizione) giovannea, che si rifà alla testimonianza e all’insegnamento dell’apostolo. La redazione delle opere, scritte in greco, è ipotizzata a Efeso verso fine I – inizio II secolo.

  • Vangelo di Giovanni. Il quarto vangelo, che come gli altri tre non esplicita il nome dell’autore, è attribuito dalla tradizione cristiana all’apostolo Giovanni. Le più antiche testimonianze al riguardo risalgono al II secolo. Questa attribuzione può spiegare alcune caratteristiche biografiche riferite all’apostolo: l’enfasi con cui Giovanni Battista viene definito precursore e testimone di Gesù può essere relativa a un precedente discepolato dell’apostolo verso lui; l’enfasi su Gesù-Logos preesistente prima dell’incarnazione è in antitesi con l’insegnamento dell’adozionista Cerinto, col quale l’apostolo si scontrò verso la fine della sua vita a Efeso. Una parte minoritaria della critica contemporanea ammette come possibile una iniziale redazione giovannea, ma ritiene che il testo, che nella forma pervenutaci presenta alcuni doppioni e non sequitur, sia stato soggetto ad altre redazioni fino all’inizio del II secolo. Gli studiosi della interconfessionale Bibbia TOB sottolineano, invece, in merito a una redazione di tale vangelo fatta dallo stesso apostolo Giovanni, come “la maggior parte dei critici esclude questa eventualità” e anche gli esegeti della École biblique et archéologique française (i curatori della cattolica Bibbia di Gerusalemme) osservano che “simile identificazione, per quanto venerabile, non resta esente da difficoltà. Alcuni grandi esegeti cattolici, dopo averla ammessa, l’hanno abbandonata. Certamente sono stati indotti da seri motivi. Ci si può domandare perché l’apostolo Giovanni abbia omesso di raccontare alcuni episodi ai quali aveva assistito, episodi importanti come la risurrezione della figlia di Giàiro (Mc5,37), la trasfigurazione (Mc9,2), l’istituzione dell’eucaristia (Mc14,17s), l’agonia di Gesù al Getsèmani (Mc14,33)”; inoltre, gli studiosi del cattolico “Nuovo Grande Commentario Biblico” rilevano che “un’altra difficoltà per l’affermazione che Giovanni, il figlio di Zebedeo, sia l’autore del quarto vangelo, viene da quanto presuppone Mc10,39: tutti e due i fratelli avrebbero sofferto il martirio. Gv21,20-23 asserisce abbastanza chiaramente che il discepolo prediletto non morì martire come Pietro” e anche il teologo e sacerdote cattolico Raymond Brown – concordemente a molti altri studiosi, come l’esegeta John Dominic Crossan, ex sacerdote cattolico e tra i cofondatori del Jesus Seminar, e lo storico e biblista Bart Ehrman – ritiene che il vangelo secondo Giovanni e i sinottici siano di autori ignoti e sottolinea altresì che tali autori non furono neppure testimoni oculari.
  • Prima lettera di Giovanni. Il testo non esplicita il nome dell’autore, e anche in questo caso la tradizione lo attribuisce all’apostolo Giovanni. Tra gli studiosi contemporanei, comunque, “la maggioranza ritiene che non si tratti della stessa persona, ma di qualcuno che conosceva molto bene gli insegnamenti contenuti in quel Vangelo e che intendeva affrontare alcuni problemi sorti nella comunità in cui si leggeva quel Vangelo” e, concordemente, gli esegeti del cattolico “Nuovo Grande Commentario Biblico” ritengono che “un confronto tra 1Gv e il quarto vangelo indica che 1Gv (e di conseguenza 2 e 3Gv) non è opera dell’autore del vangelo”. È costituita da un insieme di esortazioni alla vita cristiana e compare il tema dell’anticristo. Come per il quarto vangelo, anche in questa lettera appaiono affermazioni di tipo anti-doceta e anti-adozionista (v. in particolare l’ incipit) che possono rimandare allo scontro tra Giovanni (e/o i suoi discepoli) e Cerinto.
  • Seconda e Terza lettera di Giovanni. Questi brevi testi, secondo le indicazioni dei rispettivi incipit (2Gv1;3Gv1), sono dette opera di un anonimo “presbitero”. Alcune indicazioni patristiche antiche attribuiscono all’anonimo il nome di Giovanni e collocano il suo operato a Efeso, ma lo distinguono dall’apostolo. La maggioranza degli studiosi attuali, anche cristiani, in merito alle le tre lettere attribuite a Giovanni – che, come precisato sopra per la Prima lettera, non sono considerate opera dell’apostolo Giovanni, figlio di Zebedeo – ritiene che in tali lettere “espressioni parallele in apertura delle lettere («che io amo nella verità», 2Gv1; 3Gv1; «Mi sono rallegrato molto di aver trovato… camminando nella verità», 2Gv4; 3Gv3), e in chiusura (2Gv12; 3Gv13) mostrano che le lettere sono della medesima persona” ma “un confronto tra 1Gv e il quarto vangelo indica che 1Gv (e di conseguenza 2 e 3Gv) non è opera dell’autore del vangelo”.
  • Apocalisse di Giovanni. Nell’ultimo libro del canone cristiano l’autore dell’Apocalisse si identifica col nome di Giovanni (Ap1,1;1,4;1,9;22,8) e si dice residente nell’isola di Patmo (Ap1,9). La successiva tradizione cristiana, a partire dall’inizio del II secolo, lo ha identificato con l’apostolo ed evangelista. Tale interpretazione, anche secondo gli esegeti del cattolico “Nuovo Grande Commentario Biblico”, non è però condivisa e “la causa a favore della paternità di uno dei Dodici per Ap non trova molti sostenitori. Si immagina che Giovanni, figlio di Zebedeo, si sia trasferito in Asia Minore e sia vissuto fino al 95 circa; tuttavia, non è molto probabile. La questione è complicata da una tradizione, secondo la quale Giovanni figlio di Zebedeo fu martirizzato probabilmente prima del 70” e “sembra più opportuno concludere che l’autore era un profeta appartenente alle prime comunità cristiane, di nome Giovanni, altrimenti sconosciuto”; tra il Vangelo Secondo Giovanni e l’Apocalisse, “inoltre, come i filologi antichi avevano già osservato, sono diversi la forma e lo stile. Studi approfonditi hanno mostrato che l’autore ha appreso il greco come seconda lingua ed era di madrelingua aramaica o, comunque, semitica. Il suo greco è alquanto sgraziato, talvolta anche sgrammaticato. Questo non è certo il caso del Vangelo di Giovanni, che va quindi attribuito a un altro autore”. Il testo, al pari delle varie apocalissi giudaiche apocrife, si presenta come una visione estatica in cui vengono rivelate “le cose che devono presto accadere”, facendo ampio ricorso a immagini e strutture numeriche. Per secoli il libro è stato inteso come fedele cronaca degli eventi relativi alla fine del mondo (parusia). L’esegesi contemporanea, più attenta alla contestualizzazione storica della redazione (Sitz im Leben), la intende come una rilettura allegorica della Chiesa dell’epoca, ora perseguitata dalla bestia (l’Impero romano), ma l’agnello (Cristo) risulterà infine vittorioso.

Apocrife

  • Atti di Giovanni. Scritto in greco nella seconda metà del II secolo, pervenutoci sotto diverse redazioni con alcune variazioni, descrive alcuni eventi della vita di Giovanni nel periodo del suo soggiorno a Efeso con lo stile agiografico-leggendario proprio degli apocrifi. Presenta influenze docetiste e gnostiche.
  • Apocrifo di Giovanni. Scritto in greco nel II secolo, prima del 185, contiene un dialogo privato (secretum) tra l’apostolo e Gesù dopo la sua risurrezione nel quale vengono rivelate verità di fede di tipo gnostico.
  • Interrogatio Johannis. Composto nel XII secolo presso la setta manichea del Bogomili della Bulgaria, ci è pervenuto in una traduzione latina. Contiene un dialogo privato tra Gesù e l’apostolo nel contesto dell’ultima cena e si presenta di matrice fondamentalmente manichea con influssi gnostici.

Pensiero

I cinque testi tradizionalmente attribuiti all’apostolo Giovanni mostrano, oltre a somiglianze di stile e vocabolario, anche temi concettuali e teologici comuni. Come sopra indicato l’esegesi contemporanea attribuisce la redazione definitiva dei testi non direttamente a Giovanni ma a una scuola di più autori-redattori che può aver raccolto l’insegnamento dell’apostolo. In tale ottica, la “teologia giovannea” deve essere vista non come il frutto diretto di un singolo pensatore ma come il condensato di una tradizione ecclesiologica a lui riferita.

Nella sostanza la teologia giovannea non si differenzia da quella presente implicitamente o esplicitamente negli altri scritti cristiani neotestamentari. Alcuni concetti sono però introdotti o sviluppati in una maniera propria e particolare che non trova paralleli.

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