Cronaca

West Nile, il virus corre nel padovano: prima vittima nel veneziano | Cosa sappiamo

Non si arresta la corsa dei contagi del virus West Nile in provincia di Padova. Ieri altri quattro ricoveri: prima vittima nel veneziano

Non si arresta la corsa dei contagi del virus West Nile in provincia di Padova. Ieri altri quattro ricoveri nell’Azienda ospedaliera universitaria di Padova, per un totale di una ventina. Più quelli negli ospedali dell’Usl 6. Sono soprattutto anziani ma ci sono anche 30 e 40enni.

West Nile, prima vittima del virus nel veneziano

Sono 42 i casi confermati in Italia di infezione da virus West Nile nell’uomo, dall’inizio di giugno al 26 luglio di quest’anno, secondo i dati pubblicati dall’Iss. Molti di più se si considerano quelli segnalati ma non ancora aggiornati nel bollettino dell’Istituto Superiore di Sanità. Nella sola provincia di Padova, ad esempio, dove si è registrato il primo caso umano della stagione, le cronache locali parlano di 45 contagi in meno di un mese. Ieri, invece, la prima vittima a Mira, nel Veneziano. E proprio uno studio dell’Università di Padova e dell’Istituto Zooprofilattico sperimentale delle Venezie ha confermato che in Veneto sono 2 i ceppi che circolano.++ììì

Non esistono vaccini: l’unica difesa contro la West Nile è non farsi pungere dalle zanzare infette. Fondamentali le disinfestazioni nei luoghi pubblici per uccidere insetti adulti e larve. Sempre più Amministrazioni dunque stanno vagliando l’obbligo di effettuare trattamenti preventivi in caso di manifestazioni pubbliche serali. Dei 42 casi ufficiali finora ufficialmente confermati riportati dall’Iss, 21 si sono manifestati nella forma neuro-invasiva (7 Emilia Romagna, 12 Veneto, 2 Piemonte), 12 casi identificati in donatori di sangue (3 Lombardia, 6 Veneto, 3 Emilia-Romagna) e 9 casi di febbre (1 Lombardia, 7 Veneto, 1 Emilia-Romagna). Cinque i decessi tra i casi confermati riportati dall’Iss (3 in Veneto, 1 in Piemonte e 1 in Emilia Romagna).

I sintomi della West Nile

I sintomi più gravi si presentano in media in meno dell’1% delle persone infette (1 persona su 150), e comprendono febbre alta, forti mal di testa, debolezza muscolare, disorientamento, tremori, disturbi alla vista, torpore, convulsioni, fino alla paralisi e al coma. Alcuni effetti neurologici possono essere permanenti. Nei casi più gravi (circa 1 su mille) il virus può causare un’encefalite letale.

Diagnosi

La diagnosi viene prevalentemente effettuata attraverso test di laboratorio (Elisa o Immunofluorescenza) effettuati su siero e, dove indicato, su fluido cerebrospinale, per la ricerca di anticorpi del tipo IgM. Questi anticorpi possono persistere per periodi anche molto lunghi nei soggetti malati (fino a un anno), pertanto la positività a questi test può indicare anche un’infezione pregressa. I campioni raccolti entro 8 giorni dall’insorgenza dei sintomi potrebbero risultare negativi, pertanto è consigliabile ripetere a distanza di tempo il test di laboratorio prima di escludere la malattia. In alternativa la diagnosi può anche essere effettuata attraverso Pcr o coltura virale su campioni di siero e fluido cerebrospinale.

Prevenzione

Non esiste un vaccino per la febbre West Nile. Attualmente sono allo studio dei vaccini, ma per il momento la prevenzione consiste soprattutto nel ridurre l’esposizione alle punture di zanzare.

Pertanto è consigliabile proteggersi dalle punture ed evitare che le zanzare possano riprodursi facilmente:

  • usando repellenti e indossando pantaloni lunghi e camicie a maniche lunghe quando si è all’aperto, soprattutto all’alba e al tramonto
  • usando delle zanzariere alle finestre
  • svuotando di frequente i vasi di fiori o altri contenitori (per esempio i secchi) con acqua stagnante
  • cambiando spesso l’acqua nelle ciotole per gli animali
  • tenendo le piscinette per i bambini in posizione verticale quando non sono usate.

Terapia e trattamento

Non esiste una terapia specifica per la febbre West Nile. Nella maggior parte dei casi, i sintomi scompaiono da soli dopo qualche giorno o possono protrarsi per qualche settimana. Nei casi più gravi è invece necessario il ricovero in ospedale, dove i trattamenti somministrati comprendono fluidi intravenosi e respirazione assistita.

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