Camorra in Campania: ecco le famiglie più potenti della regione, la relazione della Dia

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Ecco la relazione del secondo semestre (gennaio-giugno 2019) da parte della Dia: si tratta di una mappa completa della camorra nella regione Campania

Quali sono i clan più potenti in Campania? Quali sono le famiglie camorristiche attive? Ecco la relazione del primo semestre (gennaio-giugno 2019) da parte della Dia: si tratta di una mappa completa della camorra nella regione Campania. Quali sono i clan attivi? Quali sono i clan più potenti della Regione? Quali sono le famiglie camorristiche? Ci sono stati cambi di vertice o le solite conferme? Ecco le risposte.

Pubblicata la prima relazione semestrale della Direzione Investigativa Antimafia, relativi da gennaio-giugno 2019.

Ecco la mappa delle famiglie più potenti della camorra in Campania: la relazione della Dia

Analisi del fenomeno e profili evolutivi

Anche le ultime indagini che hanno interessato il “sistema” camorra confermano la coesistenza di clan connotati da assetti e strategie operative diversificate, caratteristiche che rendono complesso darne una definizione univoca.

Continuano a coabitare sugli stessi territori, in particolare nel capoluogo regionale e nella provincia, realtà criminali molto diverse. Sodalizi con radici consolidate quali il cartello noto come ALLEANZA DI SECONDIGLIANO (nato per iniziativa dei gruppi LICCIARDI, CONTINI e MALLARDO), il clan MAZZARELLA, i gruppi POLVERINO, NUVOLETTA/ORLANDO e aggregati criminali meno evoluti a livello organizzativo, che si caratterizzano per un uso sistematico della violenza e per gli scontri armati con omologhi clan.

L’elevata densità criminale delle aree dove tali fenomeni criminali proliferano, fa sì che negli spazi rimasti vuoti siano pronte a inserirsi altre famiglie. Ancora più insidiosa, rispetto alle manifestazioni di violenza, appare la strategia di “sommersione”, tesa ad infiltrare l’economia e la politica e a stringere accordi con altre organizzazioni criminali di diversa matrice territoriale, italiane e straniere.

I numerosi clan che fanno parte di questa galassia, nella quale si inserisce a pieno titolo il cartello casertano dei CASALESI il quale, nonostante le numerose inchieste giudiziarie e i provvedimenti patrimoniali, riesce ancora efficacemente a difendere e curare i propri interessi illeciti attraverso ramificazioni finanziarie anche internazionali e importanti reti di imprese controllate da fiduciari dell’organizzazione.

A tale scopo i CASALESI possono contare su interlocutori con specifiche e diverse competenze professionali, capaci di gestire attività economiche di elevata e sofisticata complessità. Sono significative le parole del Procuratore di Napoli, nel corso della sua audizione presso la Commissione Parlamentare d’inchiesta sul fenomeno delle mafie e sulle altre associazioni criminali, anche straniere, del 24 ottobre 2019.

Il Capo della Procura Distrettuale ha, tra l’altro, sottolineato la capacità della camorra di mantenere inalterata “la pressione mafiosa” sulle istituzioni pubbliche e l’attitudine a inserirsi nei mercati, al pari di altre componenti ordinarie, ma contribuendo a saldare fra loro “le logiche, i canali fiduciari e le tecniche della corruzione e dell’evasione fiscale”.

Inoltre, ha ulteriormente specificato che la sedimentata duttilità dei gruppi di modularsi secondo differenti contesti operativi e il ripudio della contrapposizione frontale con lo Stato ne ha agevolato i processi adattativi alle logiche di mercato, facilitandone l’espansione.

Un’espansione alimentata dai proventi delle attività illegali “di una gigantesca rete di imprese che condiziona pesantemente i mercati, ove trasferiscono una straordinaria capacità di offerta di servizi illegali o di servizi legali, ma a condizioni illegali”.

La loro propensione ad espandersi in territori appannaggio di altri gruppi, spesso tessendo alleanze con sodalizi locali, e a radicarsi anche in altre regioni, rende evanescente il tentativo di delinearne una precisa collocazione territoriale, mentre ai fini investigativi è più che mai necessario ricostruirne le relazioni, compito per il quale si sono spesso rivelate fondamentali le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia. Sulle dinamiche interne ed esterne ai clan è destinato ad avere ripercussioni importanti il ritorno sul territorio di personaggi di particolare caratura criminale, per effetto delle avvenute scarcerazioni.

Uno di questi è il gruppo MALLARDO, al cui interno si registrano due scarcerazioni “eccellenti”: la prima, risalente al mese di febbraio 2019, ha riguardato uno dei massimi esponenti, già referente per l’area della zona del “Selcione” di Giugliano in Campania (NA); la seconda è intervenuta il 30 aprile 2019, quando è stato scarcerato, per fine pena, il referente del sodalizio per la zona di Lago Patria e Varcaturo.

Tuttavia, benché lo stato di detenzione rappresenti anche un sistema per isolare i capi dai sodalizi, plurime indagini hanno dimostrato che non di rado i clan di riferimento riescono a ricevere dalle carceri le comunicazioni per le decisioni più importanti. Non meno importanti sono le alleanze che assicurano la sopravvivenza del gruppo: è quanto si è registrato per il clan casertano BIDOGNETTI, i cui organici erano stati pesantemente intaccati da operazioni giudiziarie, ma la cui operatività è stata assicurata dall’esistenza di accordi con le famiglie napoletane MALLARDO e LICCIARDI.

Quest’ultime, con il loro appoggio, hanno fatto in modo che il clan, benché privato dei sui uomini più pericolosi, potesse continuare a mantenere la propria influenza sul territorio. La “dualità” del sistema camorra è particolarmente evidente in alcune aree del capoluogo e nella provincia dove, accanto ai clan con le caratteristiche citate, operano piccoli gruppi a composizione prevalentemente familiare, che riescono ad acquisire il controllo di limitati spazi territoriali, spesso con l’appoggio di sodalizi più strutturati. Si tratta di aggregati delinquenziali, che in alcuni casi conquistano la scena criminale per un limitato arco temporale, si connotano soprattutto per un uso sistematico della violenza e per scelte operative quasi sempre di matrice conflittuale, a cui conseguono cruente faide con clan di analoga composizione.

Tra questo microcosmo di gruppi e le consolidate organizzazioni si è determinato un intreccio sinergico, talvolta strumentale, tra capacità criminali di vecchi clan e modalità gangsteristiche giovanili. Una sinergia siffatta finisce per avvantaggiare i gruppi storici, nei cui confronti il pulviscolo di quelli più piccoli sembra assumere il più delle volte un ruolo servente se non addirittura di vero e proprio serbatoio di forza militare.

Le organizzazioni storiche e strutturate tendono a monitorare e, se del caso, a influenzare le dinamiche criminali dei gruppi minori laddove le loro violente contrapposizioni, con il conseguente intervento repressivo di Magistratura e Forze di polizia, possano interferire e nuocere alle loro attività. Entrambe le realtà criminali si innestano su territori caratterizzati da un profondo disagio culturale ed economico, di cui le prime vittime sono i giovani, protagonisti di gravi episodi di violenza urbana che la cronaca locale riporta giornalmente e che diventano bacino di reclutamento da parte delle organizzazioni criminali, in ragione di prospettive di facili guadagni e di una degradante pseudo-identificazione sociale.

In una realtà in cui la macro-criminalità presenta aspetti di particolare complessità per le variegate sfaccettature che la caratterizzano, è pertanto proliferata una criminalità minorile composta da giovani che provengono da territori dove si concentrano povertà, emarginazione, assenza di valori familiari, elevatissimi tassi d’evasione scolastica e mancanza di occasioni di lavoro legale. In questi contesti, essere arruolato da un clan per svolgere compiti di manovalanza (vedetta in una piazza di spaccio, corriere per la consegna di dosi di stupefacente, trasporto di armi) rappresenta per ciascuno una importante prospettiva di guadagno.

Un tale humus ha favorito la formazione di bande giovanili che si sono conformate ai modelli dei clan emergenti, nei quali l’età degli affiliati è particolarmente bassa. Di queste, a volte, fanno parte rampolli di famiglie criminali, che hanno mutuato gli atteggiamenti violenti dai loro genitori.

Non è raro, però, che i giovani che compongono queste bande non abbiano alcun legame con organizzazioni criminali, sebbene la violenza che esprimono sia altrettanto esasperata. Tali formazioni, che costituiscono l’Accademia della camorra, sono spesso protagoniste di aggressioni per futili motivi in danno di altri coetanei, mostrando di non avere alcuna coscienza della gravità dei loro atti, come accaduto a marzo del 2018, quando 3 minorenni uccisero a colpi di bastone una guardia giurata, a Napoli, nella stazione della metropolitana di Piscinola, per sottrargli la pistola e poi rivenderla. A questa pletora di “aspiranti camorristi” si aggiunge la schiera di ragazzi che appartengono a famiglie mafiose e vengono “iniziati”, dagli stessi genitori, ad attività criminali, ancora bambini.

Da questa Accademia, che rappresenta un’efficace percorso di formazione e selezione della futura leadership, emergeranno i nuovi capi in base alle rispettive capacità di dare ordini, stringere alleanze, di essere, indefinitiva, punto di riferimento nell’azione criminale.

Per contrastare validamente un fenomeno così articolato è assolutamente necessario sviluppare sinergie di contrasto “integrate”. Evidentemente le Forze di polizia e Magistratura non bastando, occorrono strutturati interventi di risanamento culturale, ambientale e di coesione sociale. Uno dei punti di forza delle organizzazioni più consolidate risiede, infatti, anche nella loro capacità di sostituirsi allo Stato-apparato.

Assicurando protezione ai cittadini e alle imprese che ne facciano richiesta, i clan ricevono la messa a disposizione, in favore di membri dei sodalizi, di strutture e professionalità, accessibili secondo canali privilegiati e non istituzionali. Le indagini confermano la loro tendenza nello stringere accordi per la gestione di singole attività illecite, quali il traffico di stupefacenti, o per il controllo di reti di impresa presenti non solo in Campania ma in tutta la Penisola. Tali strategie sono, talvolta, messe in discussione da giovani rampolli di quelle famiglie ai quali in determinati periodi è stata affidata la reggenza del sodalizio.

Privi della caratura criminale dei vecchi boss detenuti, fanno dell’uso della forza il tratto distintivo, venendo poi emarginati dallo stesso gruppo di appartenenza per gli inevitabili contraccolpi derivanti dalla conseguente esecuzione di provvedimenti cautelari. Il condizionamento del tessuto economico non riguarda più esclusivamente la Campania poiché la necessità di investire capitali ha comportato la migrazione di “imprenditori” camorristi nelle regioni del Centro e Nord Italia dove, operando senza i vincoli imposti dalle regole di mercato, alterano la legittima concorrenza, contribuendoad indebolire le imprese legali.

Nei territori dove i clan camorristici sono fortemente radicati, l’economia parallela generata dalle imprese mafiose è percepita dalla popolazione come unica fonte certa di reddito e la presenza del clan è avvertita come strumento di occasioni lavorative, che si traduce a sua volta in fonte di consenso. Le indagini confermano che alcuni sodalizi, piuttosto che imporre le estorsioni sulle attività economiche entrano in società con imprenditori, che diventano così la “faccia pulita” dell’attività economica, condividendo gli utili con i camorristi i quali, oltre a percepire i guadagni, reimpiegano i proventi delle attività delittuose.

Ha queste caratteristiche l’impresa camorrista nella quale “…l’imprenditore “colluso”, senza essere inserito nella struttura organizzativa del sodalizio criminale e privo della “affectio societatis”, ha instaurato con la cosca un rapporto di reciproci vantaggi, consistenti nell’imporsi sul territorio in posizione dominante…”.

I provvedimenti interdittivi antimafia emessi dalle Prefetture campane nel periodo di riferimento confermano la patologica infiltrazione di imprese riconducibili alla camorra nel settore alberghiero, della ristorazione, delle pulizie, della gestione di stabilimenti balneari, nella raccolta e smaltimento dei rifiuti, nella realizzazione di lavori edili in generale, nei servizi cimiteriali e di onoranze funebri, di vigilanza, custodia e di trasporto. È indifferente per i clan la formale aggiudicazione degli appalti pubblici, ai quali, se del caso, partecipano, attraverso loro imprese sub appaltatrici. Alcune delle società interdette, collegate con i clan locali, hanno sede o operano in altre regioni (Liguria, Lombardia, Emilia Romagna, Molise), dove in passato si sono trasferiti elementi di spicco dei gruppi camorristici che hanno continuato a delinquere esportando sistemi criminali già collaudati in Campania, stringendo anche alleanze con altre matrici criminali.

È quanto emerge dal contenuto di una misura interdittiva del mese di gennaio che ha riguardato una società operante a Milano nel settore della ristorazione, riconducibile a un soggetto gravato da precedenti, legato ad un pregiudicato napoletano, presente in Lombardia sin dagli anni ’80. Nel successivo mese di giugno, personale della DIA di Genova ha eseguito un’ordinanza di custodia cautelare, emessa dal GIP del locale Tribunale, a carico di due soggetti di origine napoletana per trasferimento fraudolento di valori.

L’indagine ha riguardato una ditta, con sede a Napoli, che aveva acquisito in sub appalto alcuni lavori legati alla demolizione del ponte Morandi. La società era già stata oggetto di un’interdittiva antimafia della Prefettura di Genova del precedente mese di maggio. Il notevole interesse che gli appalti pubblici rivestono per la camorra trova conferma in numerose investigazioni: a titolo esemplificativo si richiama un’ordinanza di custodia cautelare del maggio 2019416, emessa a conclusione di un’indagine dalla quale sono emersi illeciti nell’assegnazione di appalti pubblici per lavori, servizi e forniture, nella quale sono stati coinvolti affiliati al gruppo FALANGA e all’alleato sodalizio DI GIOIA-PAPALE, di Torre del Greco (NA).

L’accertamento di tali commistioni è spesso prodromico allo scioglimento dei Consigli comunali per infiltrazione mafiosa. Nel periodo di riferimento, il 22 maggio 2019, con decreto del Presidente della Repubblica è stato sciolto, per infiltrazioni della criminalità organizzata, il Consiglio comunale di Arzano, i cui organi elettivi erano stati rinnovati nelle consultazioni amministrative dell’11 giugno 2017.

Si tratta del terzo scioglimento per collegamenti degli amministratori locali con la camorra. I precedenti provvedimenti risalgono al 2008 e al 2015 e, al riguardo, la relazione della Commissione d’accesso ha posto in rilievo la presenza nell’Amministrazione, eletta nel 2017, di assessori e consiglieri che hanno gestito l’Ente a decorrere dal 2010.

Sono state anche riscontrate criticità nell’apparato burocratico, sia per la presenza di soggetti indagati sia per indebite pressioni esercitate da organi politici, finalizzate a condizionare l’istruttoria di procedimenti amministrativi “…in violazione del principio di separazione tra l’attività di indirizzo riservata agli organi elettivi e quella gestionale degli organi amministrativi con riflessi favorevoli per soggetti riconducibili alla criminalità organizzata…”.

Altre irregolarità sono state riscontrate nelle procedure di rilascio di autorizzazioni ambientali e di titoli autorizzativi per il servizio di onoranze funebri Diverse investigazioni hanno accertato ingerenze dei clan nelle consultazioni elettorali locali: nel mese di gennaio si è conclusa un’indagine nella quale è stato coinvolto un amministratore comunale di Capua, legato al sodalizio ZAGARIA, per conto del quale avrebbe fatto da trait d’union con esponenti delle istituzioni locali per concordare l’assegnazione di appalti, orientare le candidature e le elezioni nel comune di Capua, per impartire direttive per la formazione delle liste e per costringere alcuni candidati a non presentarsi, per non compromettere la sicura elezione di persone vicine al clan.

Sempre nel mese di gennaio è stata emessa un’altra ordinanza di custodia cautelare per scambio elettorale politico mafioso, estorsione ed altri reati, nei confronti di soggetti contigui al gruppo casertano dei BELFORTE. Ad alcuni degli arrestati sono state contestate una serie di condotte illecite tenute in occasione delle consultazioni elettorali del 2015, per il rinnovo del Consiglio Regionale della Campania.

Il connubio con esponenti politici è emerso anche al di fuori della Campania: l’operazione “At Last”, di gennaio 2019, ha evidenziato come i CASALESI avessero esportato in Veneto lo stesso modus operandi utilizzato nelle loro zone d’origine, forti anche di una consolidata e datata presenza sul territorio421. Tra gli indagati figura un amministratore pubblico di Eraclea (VE), che si sarebbe avvalso dell’appoggio della consorteria per procurarsi voti nella competizione elettorale del 2016.

Numerose sono state, anche in questo semestre, le operazioni nel settore del traffico degli stupefacenti, un ambito criminale di grande interesse per le associazioni camorristiche. Parte delle notevoli quantità di droga introdotta dalla camorra è destinata ad essere venduta in molte regioni d’Italia e prima fra tutte il Lazio, ma anche la Toscana e l’Abruzzo.

Le risultanze investigative, da anni, evidenziano la stretta collaborazione che si è instaurata tra la camorra e organizzazioni criminali straniere. Riguardo a quest’ultimo aspetto, nella Relazione della Direzione Centrale per i Servizi Antidroga riferita al 2018, si legge che la camorra si conferma quale principale gestore dei traffici di eroina “…in contatto, generalmente, con organizzazioni straniere, soprattutto albanesi…”, nonché, unitamente alla ‘ndrangheta, di cocaina.

Il traffico di stupefacenti non a caso, è l’illecito nel quale maggiormente si manifestano forme di cooperazione tra gruppi di estrazione territoriale diversa. Un’operazione del mese di marzo ha disarticolato una rete di distribuzione di cocaina sul territorio campano, composta da numerosi spacciatori, che facevano riferimento a tre diversi canali per il rifornimento di stupefacenti, composti da italiani e stranieri, in modo da poter sopperire, in ogni momento alle richieste del mercato, anche nel caso di sequestri di carichi di arresto dei fornitori.

I contatti con organizzazioni di altri Stati e le proiezioni all’estero sono funzionali anche a garantire la latitanza agli affiliati, che dai Paesi stranieri possono, nel contempo, curare gli interessi illeciti del sodalizio di appartenenza, stringono accordi con gruppi criminali locali. Collaborazioni di questo tipo sono state riscontrate in Spagna (dove avevano trasferito il loro centro di interessi gli AMATO-PAGANO di Napoli, non a caso detti gli “Spagnoli”), in Germania, nei Paesi Bassi, in Sud America e in Nord Africa.

Nel Paese iberico, a Maspalomas, nel sud dell’isola Gran Canaria, a gennaio 2019 è stato tratto in arresto un latitante collegato al clan napoletano MAZZARELLA, responsabile di associazione di tipo mafioso; il successivo 8 maggio, a Ibiza, i Carabinieri hanno arrestato un affiliato al clan napoletano VIGILIA, irreperibile dal dicembre 2018. Altri 3 latitanti sono stati tratti in arresto in Marocco: si tratta del capo del gruppo PRINNO, attivo nel centro di Napoli, latitante dall’ottobre 2014, che prima di essere arrestato, il 18 marzo 2019, aveva trascorso quasi 5 anni di latitanza spostandosi di continuo tra rifugi in Spagna, Gibilterra e Marocco, dove è stato appunto catturato non lontano da Marrakech.

Il 10 maggio, a Tangeri, personale della Polizia di Stato ha arrestato un componente della famiglia DE TOMMASO del rione Forcella di Napoli426. Nel provvedimento di cui è destinatario si legge che il clan di appartenenza è dedito all’importazione di ingenti quantitativi di droga fatti transitare dall’Olanda, per poi essere rivenduti ai gestori di numerose piazze dislocate sul territorio napoletano (rione Traiano) e nazionale.

Sempre a Tangeri, il 29 maggio 2019, è stato tratto in arresto un importante trafficante di stupefacenti, elemento di spicco del clan POLVERINO che, al pari del precedente pregiudicato, aveva avuto, in passato, basi di appoggio anche in Spagna, dove era stato arrestato nel 2012, unitamente al capo clan. Altri 2 latitanti, affiliati al clan SEQUINO di Napoli, responsabili di associazione di tipo mafioso e traffico di stupefacenti, sono stati tratti in arresto a Londra nel mese di febbraio.

Non è peraltro infrequente che elementi di vertice scelgano di nascondersi nelle loro zone d’origine per poter continuare a dirigere il clan, evitando così di delegare ad altri il potere decisionale. È quanto accaduto, in passato, per i capi dei gruppi SCHIAVONE, IOVINE e ZAGARIA, tratti in arresto nelle loro zone di provenienza e, più di recente, per uno dei rampolli del clan DI LAURO, il cui capo storico è detenuto in regime ex art. 41 bis o.p. Il figlio di quest’ultimo è stato tratto in arresto, nel mese di marzo, da personale della Polizia di Stato, a Chiaiano, zona vicina al feudo del clan. Ritenuto molto influente nelle strategie criminali della famiglia, al momento della cattura era inserito nell’Elenco dei latitanti di massima pericolosità del Programma Speciale di Ricerca del Ministero dell’Interno.

Sinergie criminali con pregiudicati di altra estrazione territoriale sono emerse anche da un’operazione che ha riguardato un importante traffico di armi, conclusa il l6 marzo 2019, con l’esecuzione, da parte dei Carabinieri, di un fermo di indiziato di delitto nei confronti di numerose persone, italiane e austriache, coinvolte, a vario titolo ed in concorso tra loro, in una continuativa introduzione in Italia, di armi da fuoco di vario calibro, anche da guerra, provenienti dall’Austria (distretto di Völkermarkt). Le armi erano destinate a rifornire diversi clan camorristici operanti nei comuni di Torre Annunziata, Ercolano, Acerra, Castello di Cisterna, Napoli e la cosca ‘ndranghestista PESCE-BELLOCCO di Rosarno (RC).

Evidenze investigative confermano una ripresa dell’interesse dei clan per il contrabbando di sigarette. Dall’operazione “Cartagena”429, di cui si tratterà più diffusamente in seguito, è emerso che il gruppo CONTINI aveva attivato un canale di importazione di sigarette dall’Ungheria, poi smistate sia a Napoli, in particolare all’intero del Borgo Sant’Antonio, zona di influenza del gruppo e cedute anche ad altri acquirenti.

Di altro contenuto, ma significativa della spiccata capacità affaristica dei gruppi campani, è l’operazione “Miracolo”, conclusa il 20 marzo 2019 con l’esecuzione di provvedimenti cautelari da parte della Guardia di Finanza. Un’associazione criminale, legata al cartello dei CASALESI, cedeva valuta fuori corso (lire italiane) a terzi, in cambio di moneta in corso di validità (euro), in modo da ostacolare l’identificazione della provenienza delittuosa della valuta fuori corso.

Le attività di compravendita sono state, in alcuni casi, dissimulate dalla stipula di un formale contratto di “compravendita di valuta storica”, volta a fornire una parvenza di legalità all’operazione, risultata in realtà essere un vero e proprio tentativo di riciclaggio da parte del cartello dei CASALESI di enormi quantità di banconote, di cui avevano la disponibilità per le spese correnti del gruppo. Parti dei contratti erano soggetti terzi, privi di precedenti, che si prestavano alla stipula in cambio di una percentuale, di solito pari al 2% delle operazioni. Il sistema avrebbe consentito di ottenere, mediamente, il 32% del valore in lire trasformato in euro e al clan di incassare oltre 3,3 milioni di euro.

Per quanto riguarda le singole province, nel capoluogo, la citata operazione “Cartagena” ha confermato la piena operatività del cartello noto come “ALLEANZA di SECONDIGLIANO”, in vita sin dagli anni ’80, composto dai clan CONTINI, BOSTI, LICCIARDI (originari di Napoli) e MALLARDO di Giugliano in Campania (NA). Proprio tale configurazione ha reso possibile che un elemento di vertice del gruppo MALLARDO, benché detenuto, sia potuto intervenire, in prima persona, nella gestione economico-criminale del clan CONTINI.

La federazione criminale, attraverso la creazione di una rete di imprenditori, in vario modo finanziati dagli esponenti apicali delle consorterie camorristiche che la compongono, ha acquisito consolidati sistemi di infiltrazione dei mercati legali, in particolare nel settore dell’abbigliamento, nel commercio di elettrodomestici, nella gestione di bar e ristoranti, nel mercato immobiliare, dell’erogazione del credito, delle scommesse on line, della distribuzione di carburanti e nel mercato dei preziosi.

Estremamente sintomatico della forza mafiosa dell’ALLEANZA DI SECONDIGLIANO è il vero e proprio “impossessamento” dell’ospedale San Giovanni Bosco, ubicato sul territorio di influenza del clan CONTINI, utilizzato non solo per summit criminali o per ricevere le vittime di usura o estorsioni, ma anche come strumento ulteriore di gestione del proprio potere mafioso, un potere che si esprimeva con affiliati assunti tra le fila del personale addetto dell’ospedale con la gestione abusiva del parcheggio, con i rapporti di intimidazione o di connivenza con il personale medico, per ottenere visite di favore senza pagare o certificazioni di comodo.

L’espansione del cartello ha toccato vari Paesi. In Spagna e Olanda, ad esempio, il gruppo CONTINI aveva stretto un’alleanza con la cosca ‘ndranghetista COMMISSO, con la quale aveva messo in piedi un traffico di banconote e ideato un sistema per trasportare la droga, inserendosi nel mercato dei fiori più importante del mondo, così spostando ingenti quantitativi di cocaina nelle piante.

A fronte della presenza di una tale monolitica federazione, per la quale il ricorso ad azioni violente rappresenta l’estrema ratio, permangono a Napoli – in particolare nelle aree del centro e nella periferia orientale – focolai di tensione che, tra aprile e maggio 2019, hanno determinato due agguati nei quali sono stati coinvolti dei bambini. Nel primo caso è stato ucciso un pregiudicato, cognato del capo del gruppo RINALDI, mentre si recava con il figlio, rimasto ferito, ad accompagnare a scuola il nipotino di quattro anni, anche lui presente al momento dell’aggressione armata.

Nel secondo fatto di sangue è rimasta gravemente ferita una bambina di tre anni e leggermente ferito un pregiudicato legato alla famiglia REALE, obiettivo dei sicari, tratti poi in arresto nel mese di maggio. In alcuni contesti territoriali, come già sottolineato, l’esecuzione di misure cautelari, con la conseguente decapitazione dei vertici ha causato vuoti di potere in cui si sono inseriti gruppi emergenti, non storicamente radicati sul territorio e privi di una forza economica consolidata, la cui affermazione si esprime con l’uso della violenza, usata non solo contro i gruppi rivali ma anche verso i titolari di esercizi commerciali, per costringerli ad adempiere alle richieste di pizzo.

Tre di questi attentati si sono verificati, tra gennaio e febbraio, in danno di note pizzerie, situate nel centro storico di Napoli. Per due di questi episodi sono stati tratti in arresto gli autori, risultati affiliati a sodalizi contrapposti. Le stesse considerazioni fatte per il capoluogo e la sua provincia, riguardo al potere criminale che sono in grado di esprimere gruppi con uno storico radicamento territoriale, possono farsi per alcuni sodalizi del casertano, primo fra tutti il cartello dei CASALESI che, nonostante la cattura di tutti i capi storici, riesce ancora a conservare una propria forza pervasiva e di influenza sul territorio.

Una presenza forse meno visibile da un punto di vista militare, ma non meno efficace sotto il profilo del controllo e della pressione sui settori economici e sull’apparato pubblico e amministrativo, in virtù di una radicata e collaudata rete di connivenze e contiguità intessuta negli anni. Il quadro di conoscenze sull’operatività e la struttura della federazione criminale si è arricchito negli ultimi tempi, grazie alle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, tra i quali i figli dei capi dei gruppi SCHIAVONE e BIDOGNETTI.

Il territorio casertano, inoltre, continua ad essere oggetto di particolare attenzione per quanto riguarda la bonifica di aree dove sono stati sversati illecitamente rifiuti di ogni genere, che hanno determinato gravissimi problemi alla salute pubblica. La provincia di Salerno presenta una situazione riferita alla criminalità organizzata che varia in ragione della sensibile diversità geografica, storica, culturale, economica e sociale che connota le diverse zone della provincia (Agro Nocerino-Sarnese, Valle dell’Irno, Costiera Amalfitana, capoluogo, Piana del Sele, Cilento, Vallo di Diano).

Non si registrano significativi cambiamenti sotto il profilo degli equilibri e dei principali interessi delittuosi dei sodalizi locali. Permangono importanti collegamenti con consorterie originarie del napoletano e del casertano. Nella provincia avellinese, che risente dell’influenza delle più qualificate organizzazioni delle aree confinanti, si è affermato un gruppo criminale composto da ex affiliati del clan GENOVESE, operativo nella città di Avellino e in parte della provincia, sorto con il beneplacito del suddetto sodalizio, in difficoltà operative per la detenzione dei vertici. Per quanto riguarda il territorio beneventano, le zone di maggiore incidenza criminale continuano ad essere quelle al confine con la vicina provincia casertana: le organizzazioni locali hanno subito, grazie a recenti indagini, un forte ridimensionamento.

Ecco la relazione provincia per provincia

 

 

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