CronacaPolitica

Crisi di Governo, cosa succede mercoledì: procedure e regole dopo il discorso di Draghi

Il premier, al Senato, spiegherà le ragioni delle dimissioni

Mercoledì 20 luglio, Mario Draghi parlerà al Senato, che deciderà definitivamente le sorti del Governo italiano. Cosa succederà mercoledì dopo il discorso del premier al Senato? Quali scenari si apriranno?

Cosa succede mercoledì dopo il discorso di Draghi

Mario Draghi, mercoledì 20 luglio, parlerà prima al Senato, perché in quel ramo del Parlamento è stata votata la prima fiducia al suo governo. Per conoscere orari e, nel dettaglio, come si svolgeranno le annunciate comunicazioni al Parlamento, bisogna attendere le riunioni delle conferenze dei capigruppo convocate a Montecitorio lunedì alle 12 e a Palazzo Madama martedì alle 15.30. Ma i regolamenti parlamentari e alcuni precedenti illustri consentono già di ipotizzare come si svolgeranno le sedute.

Il discorso: la spiegazione delle sue dimissioni

Il presidente del Consiglio prenderà la parola in Aula al Senato per le annunciate comunicazioni nelle quali spiegherà le ragioni delle dimissioni presentate giovedì al capo dello Stato e da Sergio Mattarella non accettate proprio in virtù della richiesta di ‘parlamentarizzare’ la crisi, dal momento che formalmente il governo non è mai stato sfiduciato in Parlamento.

Pronunciato il discorso a Palazzo Madama, alla Camera Draghi potrebbe consegnare il testo per iscritto e non leggerlo una seconda volta (ma questo dettaglio procedurale è da definire).

Dopo il discorso

In chiusura del suo intervento il premier in teoria potrebbe, come Berlusconi nel 2005, annunciare che va al Quirinale a rassegnare dimissioni irrevocabili e stroncare così il dibattito parlamentare, non fermarsi ad ascoltarlo.

La seconda ipotesi, invece prevede che torni a sedersi al centro dell’emiciclo e senta le prese di posizione degli esponenti della sua maggioranza. Se andrà così, solo dopo aver ascoltato gli esponenti dei gruppi parlamentari, nella sua replica, dirà una volta per tutte a senatori e deputati se pensa che ci siano le condizioni per proseguire con l’esperienza di governo o se invece intende andare a dimettersi. L’annuncio di dimissioni sancirebbe anche la fine della seduta parlamentare. Nessun voto.

Se Draghi revoca le dimissioni

Se invece questi giorni cambiassero il quadro politico e maturasse la decisione di proseguire con l’esperienza di governo, si aprirebbe la via a un voto parlamentare. Su una risoluzione di maggioranza molto stringata che dica più o meno così: la Camera udite le comunicazioni del presidente del Consiglio le approva. Su quel documento il governo potrebbe porre la fiducia, rendendo il voto l’atto di ‘rinascita’ della maggioranza. Ma agli atti c’è una dichiarazione del premier: “Non esiste un governo Draghi con maggioranza diversa dall’attuale”. 

I predecessori di Draghi

Enrico Letta l’11 dicembre 2013 si presentò alle Camere per comunicazioni sulla “situazione politica generale” che formalizzarono, con un voto di fiducia, l’uscita dalla maggioranza di Silvio Berlusconi e il sostegno al suo governo di Angelino Alfano.

Silvio Berlusconi il 20 aprile 2005 rese le sue comunicazioni e senza neanche aspettare il dibattito parlamentare si dimise, per sancire la fine del suo esecutivo e la nascita di un Berlusconi “bis”. Sono due casi politici lontani dall’attuale e molto diversa è la maggioranza, di unità nazionale, guidata da Draghi. Ma i precedenti aiutano a capire cosa potrebbe succedere in Parlamento la prossima settimana.

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